lunedì 15 marzo 2010

Sui "Draghi"

giorgiorst@gmail.com


Il Medioevo è tra l'altro il periodo della sfrenata fantasia, nel quale compaiono le ipotesi più disparate e si diffondono le leggende più incredibili. Proprio quello che succede quando a dominare è la credenza nei dogmi religiosi e la totale ignoranza dei fatti naturali viene compensata appunto dalla pura immaginazione. Una tipica testimonianza di tale clima, e che ha attinenza con l'argomento dei fossili, si ha con i "bestiari" e i "lapidari"; i quali in quest'epoca, insieme agli "erbari", si producono e diffondono un po per tutta Europa. Si tratta di opere letterarie composte per lo più da monaci, spesso anche molto pregiate, che a tutta prima si possono definire i manuali di zoologia e mineralogia di allora. E che infatti sono tali solo con notevole approssimazione, poiché in essi si trova di tutto e di più. Così i lapidari si presentano come un elenco delle pietre per lo più preziose allora conosciute, delle quali vengono descritte però proprietà del tutto fantastiche. In primo luogo queste opere sottendono una concezione che era già viva ai tempi di Aristotele, e cioè la credenza che i minerali fossero esseri viventi, solo con un ciclo vitale più lento rispetto ai vegetali, e li si distingueva addirittura in maschi e femmine! Si riteneva perciò che essi avessero proprietà curative, come le erbe, con la differenza che il loro effetto non si otteneva per ingestione, bensì portando le pietre addosso, quasi sempre al collo, più come amuleti che altro. Infatti le pietre non avevano solo proprietà terapeutiche contro le malattie nel senso medico del termine, ma fungevano anche come protezione dai pericoli, reali o immaginari che fossero, nonché come porta fortuna e felicità. Inoltre avevano anche un significato astrologico, e soprattutto era immancabile il loro significato simbolico, sempre relativo a personaggi o vicende della Bibbia. Certo, gli autori medievali non si erano inventati tutte queste cose, perché fin dall'antichità praticamente tutte le civiltà avevano attribuito alle pietre un valore magicamente terapeutico, oltre che commerciale. Ed è ancora una volta dalla Mesopotamia e dalla Grecia che quelle credenze erano giunte in Europa. Infatti, per quanto i fossili non fossero riconosciuti per quello che sono realmente, pure fin dall'Età del Bronzo esistono testimonianze archeologiche di un loro uso, per lo più ornamentale o di corredo funebre, non diversamente da quello che si faceva con le gemme e le pietre preziose. Anche le fantastiche figure dei Draghi, presenti un po a tutte le latitudini fin dall'alba delle civiltà, a partire dall'Asia centrale fino alle mitologie egizia e babilonese, risalgono probabilmente al ritrovamento di resti fossili di dinosauri. Proprio così come i giganteschi Ciclòpi dei miti greci, tra i quali l'omerico Polifemo, si devono alla scoperta dei teschi fossilizzati di elefanti nani preistorici, fatta proprio nella Magna Grecia siciliana. Solo che con l'avvento del Cristianesimo si pensò bene dal depurare queste credenze da tutti i contenuti paganeggianti, finendo per attribuire solo a Dio tutte le supposte proprietà miracolose delle pietre.
Tuttavia è con i bestiari che gli autori medievali danno il meglio di sé. Anche in questo caso si tratta di elenchi che raccolgono e descrivono gli animali più disparati, molti dei quali però del tutto immaginari, e però considerati veri esattamente come gli altri. Né mancano i riferimenti simbolici alla Bibbia, da dove tra l'altro si ricavano le "prove" dell'esistenza di tali creature per lo più mostruose. Così i bestiari si proponevano come enciclopedie di uno pseudo sapere scientifico, e al tempo stesso come catechesi di dottrina religiosa, soprattutto in materia morale. Ma non solo, perché in questo caso si trattava anche di vere e proprie opere d'arte, in quanto gli animali fantastici venivano non solo descritti, ma anche raffigurati, e tali immagini terrificanti erano poi affrescate nelle chiese, ad uso e consumo di tutti. Né si trattava di operazioni casuali, perché è evidente che la credulità, l'ignoranza e la paura sono sempre andate a braccetto.
Inutile fare l'elenco di tutte le creature mostruose che si possono rintracciare nei bestiari, generalmente recuperate dal mondo classico precedente. Faremo riferimento piuttosto a quelle che più ebbero presa nell'immaginario medievale, tenendo presente che in tutti i casi è più che probabile come quegli esseri leggendari debbano la loro origine al ritrovamento delle ossa fossilizzate di enormi animali, come i mammut e i rinoceronti lanosi estiniti, o anche di cetacei allora sconosciuti. Scoperte avvenute solitamente in Asia centrale e orientale, i cui miti sono in seguito trapassati dall'estremo al medio Oriente fino a giungere in Europa. Cominciamo dal Grifone, che si suppone derivato dai resti di un dinosauro erbivoro dal becco adunco vissuto in Asia più di settanta milioni di anni fa, e interpretato come una creatura con il corpo di leone, la testa, le zampe anteriori e le ali di aquila, nonché la coda di serpente. In antichità era considerato un simbolo del potere divino e un guardiano della divinità. Senza dimenticare la mediazione ebraica di questa credenza, essendo che il termine greco di Grifone corrisponde all'ebraico Cherubino, il quale a sua volta deriva dal babilonese Kuribo, che vuol dire demone alato di guardia. Interpretazione che trova riscontro nel fatto che nella Bibbia i Cherubini, a differenza degli altri "angeli" messaggeri, sono i custodi addetti alla protezione dell'albero della vita o dell'arca dell'alleanza o della casa e del trono di Dio. Laddove nella cristianità medioevale questa creatura divenne simbolo di Gesù Cristo, nel senso che essendo animale di terra e di aria esso rappresentava la doppia natura, umana e divina, del dio. Poi c'è il Fauno, una figura della mitologia romana che corrisponde al Satiro dei Greci, raffigurato come un essere umano con le corna, le zampe e la coda di capro. Nemmeno a dire come questa diventerà l'immagine canonica del diavolo! Ma anche la Fenice è degna di nota, quell'uccello mitologico noto per la sua presunta capacità di rinascere dalle proprie ceneri. Questa leggenda è di origine egizia ed è poi trapassata in Grecia, ma non senza trovar credito anche presso gli Ebrei. Di questi ultimi circolava una leggenda secondo la quale la Fenice godeva di quella proprietà grazie a Dio, essendo stato quello l'unico animale a non cibarsi del "frutto proibito". Altrimenti questa immagine rappresentava il risorgere degli dèi o anche del Sole, laddove per i primi Cristiani essa simboleggiò non solo Gesù, ma anche la promessa di resurrezione e immortalità che sarebbe toccata ai fedeli, come dimostrano le raffigurazioni della fantasiosa creatura ritrovate fin nelle catacombe e poi nelle chiese, spesso sotto le sembianze del pavone. Ma la creatura favolosa che sovrasta tutte le altre è senz'altro il Drago, al quale abbiamo già fatto cenno all'inizio, e che nell'immaginario ebraico cristiano assume una posizione di tutto rispetto. Innanzi tutto la parola drago deriva dal greco drakon, che vuol dire serpente, e già questo particolare la dice lunga sul significato che è stato attribuito a questo presunto essere, generalmente descritto come una creatura simile a un enorme serpente, con grandi arti anteriori e posteriori, dotato di fauci enormi e artigli taglienti, con il corpo pieno di squame protettive e capace nella maggior parte dei casi di sputare fuoco e di volare grazie a grandi e potenti ali. Nella Bibbia basta pensare alla vicenda di Eva per intuire come il serpente non sarà poi altro che il diavolo, e come lo sputare fuoco del Drago non sia che un indizio della sua natura infernale. Ma anche il Leviatano, il terrificante serpente marino (Salmi 104, 25-26 e Isaia 27, 1) rientra sotto questa categoria, nonché la satanica Bestia dell'Apocalisse giovannea (cap. 12). Né, per fare anche un solo esempio, si può trascurare il parallelo evidente che esiste tra il serpente-Drago Pitone ucciso da Apollo, il Drago babilonese ucciso dal biblico Daniele, e il Drago di epoca medievale ucciso da S. Giorgio, solo il più noto tra gli eroi cristiani che hanno compiuto una tale impresa. Per non dire delle almeno cinque o sei chiese in Italia che espongono reperti fossili spacciati per "ossa di Drago", in genere costole di balena lunghe più di due metri e in un caso anche un'enorme vertebra (nella Basilica di S. Giulio, sull'ononima isola del lago d'Orta in Piemonte). Insomma, è del tutto evidente come leggende arcaiche abbiano trovato nel Medioevo un terreno più che fertile su cui attecchire, e come il Cristianesimo si sia prestato senza problemi a far proprie quelle credenze che già praticamente tutte le religioni precedenti avevano escogitato e predicato, sulla base del totale fraintendimento di un fenomeno naturale com'è quello dei resti fossili.

Sui fossili

giorgiorst@gmail.com

La fossilizzazione è un fenomeno naturale che trasforma resti di vita animale o vegetale sotto forma di minerale, permettendogli così di conservarsi, almeno in quel modo, fino a noi. I fossili più frequenti sono quelli degli animali di ambiente marino, come i molluschi, che per lo più sono dotati di un guscio o conchiglia dalle varie forme. Poi ci sono i crostacei (come i granchi o le aragoste), con il loro scheletro esterno o carapace, anch'esso più facilmente conservabile allo stato fossile. Inoltre sono piutttosto comuni i cosiddetti echinodermi, come i ricci o le stelle di mare, nonché i coralli. Né mancano anche numerosi vertebrati acquatici, rappresentati da scheletri sia ossei di pesci che cartilaginei di squali; nonché di mammiferi, per lo più appartenenti al gruppo dei cetacei (delfini e balene); e, sebbene più rari, di rettili come le tartarughe. I vertebrati terrestri sono invece i più difficili da trovare, e sono per lo più rappresentati dai resti di quei mammiferi che si rinvengono nelle pianure alluvionali, nelle zone lacustri, nelle cavità di origine carsica (cunicoli e grotte sotterranee, nonché valli superficiali scavate dall'azione erosiva dell'acqua), o anche nelle zone costiere presso le foci fluviali. Infine degni di nota sono pure i microfossili, cioè i resti dei minuscoli organismi unicellulari, invisibili a occhio nudo, che tanta importanza hanno però nella spiegazione della comparsa della vita; nonché i fossili di ominidi e di primitivi esseri umani, che fanno luce sull'evoluzione della nostra specie. Insomma, è facile capire come questi oggetti di pietra racchiudano e rivelino un sapere immenso e straordinario, al quale solo di recente abbiamo avuto accesso, dopo che per millenni su di essi si erano fatte le ipotesi più stravaganti. Ma prima di scendere in tali curiosi particolari sarà bene dire la verità su questo incredibile fenomeno.
Il processo di trasformazione di un organismo vivente in un residuo fossile è un evento estremamente raro e improbabile. Infatti di solito accade che non appena gli animali o le piante muoiono, ne inizia la decomposizione. E sebbene le parti più resistenti, come conchiglie, ossa animali o legno delle piante, si conservino più a lungo dei tessuti molli, pure di solito anch'essi vengono ugualmente disgregati, sia da cause fisico chimiche, come l'azione del vento e dell'acqua, che da cause biologiche, come possono essere gli animali che si nutrono di carogne o i batteri microscopici. Così che in genere un organismo deceduto si disfa completamente, fino a non restarne più niente. La condizione fondamentale affinché esso arrivi a conservarsi come fossile, è che venga sottratto rapidamente agli agenti decomponenti dell'ambiente, prima di tutto all'ossigeno dell'aria, il che è possibile solo se viene sepolto da un sedimento: sabbioso, argilloso o fangoso che sia. Ma questo è un requisito del tutto casuale e fortuito, per cui si capisce come il fenomeno sia raro. Se però tale circostanza si verifica, allora in un processo di milioni di anni, alle opportune condizioni di temperatura e pressione, quel sedimento che, in genere trasportato dalle acque, si era depositato, finisce per consolidarsi e trasformarsi in roccia, insieme all’organismo contenuto al suo interno. Ovviamente non le parti molli, come le viscere o i muscoli, bensì solo quelle dure, come gusci, scheletri, denti e così via. E non solo, perché si trovano tracce fossili anche indirette della vita passata, relative all'attività animale, come uova, nidi, orme, tane, resti fecali e così via. La fossilizzazione è insomma una sorta di mezza immortalità, che non riguarda il futuro, ma solo la memoria di eventi trascorsi in un lontano passato! Il che è ovviamente di estrema importanza, perché è solo grazie ai fossili che si è giunti alla conoscenza vera del mondo terrestre e della vita su di esso. Senza questi "testimoni", infatti, come avremmo saputo per esempio dell'esistenza dei Dinosauri, o di tutte le altre numerosissime forme di vita succedute nel corso dell'evoluzione e ormai scomparse? In nessun modo!
Oggi si sa che esistono vari tipi di fossilizzazione, e dunque vari tipi di fossili. Principalmente il fenomeno si deve alle acque ricche di sali, che, scorrendo sui resti organici sepolti, ne penetrano, impregnandoli di minerale, gli interstizi vuoti delle parti dure del corpo, nonché ne riempiono gli spazi resi liberi dalla scomparsa delle parti molli; al limite fino a sostituire completamente ogni parte dell'organismo originario. In quest'ultimo caso si ha la pietrificazione totale del corpo animale, il cui guscio o scheletro si è trasformato molecola per molecola in calcite (carbonato di calcio) o silice (diossido di silicio) o pirite (solfuro di ferro). Ma altri modi di conservazione possono aversi con l'inglobamento degli insetti nell'ambra (resina vegetale poi solidificata), oppure con la fine accidentale dei mammiferi nei bitumi naturali. O ancora può verificarsi anche la mummificazione spontanea dei resti mortali: sia per congelamento (come hanno subìto i mammut siberiani), che per essiccazione (in genere di piccoli animali disidratati dal caldo secco in caverne ben areate). Ma si trovano pure fossili che sono semplici impronte superficiali degli organismi originari, il calco interno o esterno di esseri che per il resto si sono completamente dissolti. Né si devono infine dimenticare i combustibili fossili, come il carbone, formato da antichi resti vegetali, o il petrolio e il gas naturale, formati dai resti di antichi microorganismi morti e depositati sui fondali marini. Si capisce così che la maggior parte dei fossili non sono più costituiti dal materiale organico originale, di cui hanno conservato tutt'al più, per quanto ricco dei dettagli più minuti, solo l'aspetto primitivo.


Datazione dei fossili e tramite i fossili
La possibilità di calcolare l’età della morte di un reperto fossile permette di sapere al tempo stesso la data di nascita delle roccia che lo contiene. È così la storia scientifica (o scienza storica) della vita risulta legata a doppio filo con quella della Terra , rivelando il nesso inscindibile che c'è tra la biologia della biosfera e la geologia della litosfera, insomma tra gli esseri viventi e il loro ambiente terrestre.
Ebbene, il metodo per eseguire tali misure di tempo è quello della radiodatazione, basato sulle naturali proprietà radioattive di alcuni elementi chimici. La scoperta di tali fenomeni avvenne ai primi del'900, e fu una vera rivoluzione scientifica. Si capì che non esistevano solo reazioni chimiche nella formazione di nuovi composti, consistenti nella modificazione dei legami elettronici tra gli atomi e le molecole dei reagenti; bensì anche reazioni nucleari, nelle quali sono invece gli stessi nuclei atomici a modificarsi, da soli e spontaneamente, causando la trasformazione di un elemento in un altro. Sono note le enormi conseguenze di tale scoperta, in particolare le sue applicazioni militari (le bombe nucleari) e sanitarie (la medicina nucleare); ma non meno importante è stata la conseguenza dei fenomeni radioattivi per lo sviluppo delle scienze naturali, poiché hanno appunto permesso di datare reperti fossili e geologici anche antichissimi. Ma cerchiamo di vedere per sommi capi cosa significa. Ora, occorre sapere che ogni atomo è formato da un nucleo, contenente protoni (positivi) e neutroni (cioè neutri, senza carica); nonché da un numero di elettroni (negativi) che gli orbitano intorno. Appunto con gli elettroni che entrano in gioco appunto nelle reazioni chimiche, e i nuclei che sono invece coinvolti nelle reazioni nucleari. Ebbene, ciò che distingue ciascun atomo da ogni altro è il numero dei suoi protoni, indicato dal numero atomico, che è invariabile. Invece la somma del numero di protoni più quello dei neutroni presenti nel nucleo ci dà il numero di massa di ciascun elemento. Il quale può invece variare per uno stesso atomo. Infatti ogni elemento esiste in natura come miscela di isotopi, che sono diverse forme possibili dell'atomo di uno stesso elemento chimico, la cui differenza risiede appunto nel numero di neutroni contenuti nel nucleo di ciascuno.
Facciamo l'esempio del carbonio (simbolo C), non a caso, poiché si tratta dell'elemento fondamentale della vita. Ebbene questo atomo ha sei come numero atomico, cioè nel suo nucleo siano presenti sei protoni. Solo che di questo elemento esistono in Natura tre isotopi, con tre diversi numeri di massa: il carbonio 12 (12C), il cui nucleo è formato da sei protoni e sei neutroni (presente per quasi il 99% del totale); il carbonio 13 (13C), con sei protoni e sette neutroni; e il carbonio 14 (14C), con sei protoni e otto neutroni. Si tratta sempre di carbonio, poiché in tutti e tre i casi il numero atomico (cioè il numero di protoni) è sei, e dunque le proprietà chimiche dell'elemento sono sempre le stesse. Invece sono mutevoli le proprietà fisiche, come il peso e la stabilità dell'atomo. Infatti dei tre isotopi i primi due sono stabili, mentre il carbonio 14, quello più pesante perché contiene più neutroni degli altri, si caratterizza al contrario proprio per la sua instabilità. E tale carattere si manifesta come radioattività, ossia come emissione radioattiva di una particella (in questo caso di un elettrone) da parte dell'atomo; proprio perché così esso, diminuendo la sua energia, tende spontaneamente a raggiungere una condizione stabile. In questo processo, che viene detto decadimento radioattivo, succede che uno dei neutroni del nucleo si converte in protone, sicché il numero atomico sale da sei a sette, così che l'atomo di carbonio si trasforma in azoto (simbolo N), che ha appunto numero atomico uguale a sette. Quello stesso azoto dal quale del resto il 14C viene prodotto con la reazione inversa. Infatti il carbonio radioattivo si forma negli strati più alti dell'atmosfera, dove i raggi cosmici producono e liberano neutroni che vengono assorbiti proprio dall'azoto, il quale in conseguenza emette un protone, trasformandosi appunto nel radiocarbonio. Questi a sua volta reagisce con l'ossigeno dell'aria a formare anidride carbonica radioattiva, che, come quella normale, entra nel ciclo della vita vegetale e animale, sebbene in quantità minime. Tutti gli organismi scambiano infatti continuamente carbonio con l'atmosfera, sia attraverso i processi di fotosintesi clorofilliana, che con la respirazione e alimentazione animale. Quindi è proprio nei tessuti di ogni essere vivente che si trova una seppur minima percentuale di carbonio radioattivo. Il quale come tale tende naturalmente a decadere e a trasformarsi in azoto, ma che viene anche continuamente sostituito e riassimilato dall'organismo nello svolgimento delle proprie funzioni vitali. Così che per tutta la vita la concentrazione di radiocarbonio si mantiene la stessa, in un rapporto costante con la quantità del carbonio normale.
Le cose cambiano invece con il sopragiungere della morte. A quel punto infatti il radiocarbonio che decade in azoto non viene più sostituito dall'organismo, e quindi la sua quantità diminuisce sempre più. Però questo decadimento definitivo non avviene a caso, bensì segue una precisa legge naturale, secondo la quale il 14C ha un periodo di dimezzamento fisso e costante, indipendente da qualsiasi fattore esterno, fisico o chimico che sia. Vale a dire che, qualsiasi sia l'organismo considerato, dopo la sua morte il radiocarbonio in esso contenuto diminuisce della metà sempre nello stesso giro di 5730 anni. Trascorso questo periodo poi, la metà di isotopi radioattivi rimasta si dimezza di nuovo in un altro uguale numero di anni, sicché dopo 11460 anni il radiocarbonio si riduce a metà della metà, ossia a un quarto di quello iniziale; e così via, fino alla sua scomparsa totale. Con la regola che, per quanto piccola sia la quantità di isotopi radioattivi rimasti, il suo tempo di dimezzamento è sempre quello, secondo quella che si definisce una diminuzione temporale esponenziale.
E allora qual'è la conclusione. Che, sapendo qual'è il rapporto tra carbonio normale e radiocarbonio presente in un organismo vivente, potendo misurare la quantità di radiocarbonio ancora presente sui resti mortali di un qualsiasi essere, ed essendo noto il suo tasso naturale di decadimento, con due calcoli è possibile scoprire da quanto tempo è sopragiunta la morte, e dunque risalire a quale età quei resti sono appartenuti. Si capisce anche come, visto il tempo di dimezzamento del radiocarbonio, l'applicazione di questo metodo non possa risalire alla datazione di oggetti più antichi di 50 - 60 mila anni, quando l'isotopo radioattivo è ridotto ormai a circa un millesimo di quello che era al momento della morte dell'organismo.
Ma tutto sommato questi sono tempi piuttosto brevi, se paragonati a quelli geologici. E infatti tutto questo discorso non riguarda solo il carbonio, perché sono molti altri gli isotopi radioattivi presenti in Natura. E anzi, tra quelli usati per la datazione radiometrica il 14C è quello che ha il tempo di dimezzamento più veloce, per cui arriva a misurare solo i tempi più prossimi a noi, quelli relativi appunto ai fenomeni biologici. Laddove esistono svariati altri isotopi che, pur essendo radioattivi, sono però molto più stabili del carbonio, e dunque hanno tempi di decadimento ben più lunghi. Così che, pur con lo stesso meccanismo, rendono però possibili datazioni su scala geologica, che riescono a risalire fino a milioni e anche miliardi di anni fa. E questo è il caso dell'uranio (simbolo U), l'elemento usato proprio per calcolare tempi lunghissimi come l'età della Terra. Ebbene questo atomo ha numero atomico 92, e dunque è ben più pesante del carbonio, e però come questo si presenta in una miscela di tre isotopi: 234U, 235U, e 238U. In questo caso sono tutti e tre radioattivi, sebbene in misura diversa, e comunque per la radiodatazione si usa l'uranio 238, quello più abbondante (più del 99%) e a decadimento più lungo. Il cui tempo di dimezzamento di una sua qualsiasi quantità (per esempio da un chilo a mezzo chilo) è infatti di ben quattro miliardi e mezzo di anni! Si badi solo che esistono anche altri elementi radioattivi che, per diminuire della metà la loro massa, richiedono tempi ancora più lunghi, come il torio (quasi 14 miliardi di anni) e il rubidio (47 miliardi)! Ebbene, come abbiamo visto il radiocarbonio trasformarsi in azoto, così l'uranio si trasforma in piombo (Pb). Con la differenza che mentre il decadimento del carbonio avviene direttamente, con un solo passaggio, quello dell'uranio richiede invece ben tredici passaggi attraverso tutta una serie di isotopi radioattivi intermedi, ogni volta con una nuova emissione di particelle, prima di trasformarsi nel piombo finalmente stabile. Il che aumenta evidentemente la complessità del fenomeno, e ne spiega altresì la lunghissima durata. Tuttavia per la datazione geologica sono solo le concentrazioni di uranio e piombo ad essere misurate e confrontate. E se per esempio in un campione esse risultano uguali, vuol dire che metà dell'uranio si è trasformato, e dunque che quella roccia ha un'età di appunto 4,5 miliardi di anni. Se invece il piombo fosse in concentrazione minore allora la roccia sarebbe più giovane, e così viceversa. Ma, in qualsiasi momento si faccia la misurazione, la somma della quantità di uranio e di quella del piombo sarà sempre uguale alla quantità dell'uranio iniziale, per cui non si può sbagliare. Proprio con questo metodo l'americano Clair C. Patterson negli anni Cinquanta del secolo scorso ha calcolato per primo la giusta età della Terra, che poi corrisponde a quella di tutto il restante Sistema solare. Costui ebbe l'idea di misurare le concentrazioni di uranio e piombo presenti nei meteoriti, anch'essi aventi la stessa età del Sole e dei pianeti, che risultò essere proprio di 4,5 miliardi di anni.
Ma con ciò non si era che all'inizio di una lunghissima storia, della quale si trattava a quel punto di illustrare le vicende, cioè le trasformazioni che il pianeta ha subìto durante tutto questo tempo. Da un pezzo si supponeva che i vari strati della crosta terrestre fossero disposti ordinatamente, con quelli più antichi disposti più in basso. Ma poi ci si rese conto che in molti casi i rivolgimenti furono tali da rimescolare ogni volta i vari materiali successivamente depositati, mettendo così in dubbio l'attendibilità di quel presupposto. E proprio l'ausilio dei fossili ha permesso un criterio sicuro per definire l'esatto periodo di formazione dei vari strati, indipendentemente dalla loro posizione attuale. Perché la storia della vita è orientata e procede in un'unica e irreversibile direzione, con le specie che compaiono e si estinguono una volta per sempre; laddove la storia della Terra è invece caratterizzata da fenomeni che possono appunto ripetersi anche ciclicamente. Così si è arrivati a scoprire l'esistenza di fossili particolari, che in genere hanno avuto una larga e abbondante diffusione, però in un breve periodo di esistenza, avendo subìto una precoce estinzione. Ebbene di tali reperti, chiamati fossili guida, se ne sono trovati e catalogati di tutte le età, sicché a quel punto è bastato il loro ritrovamento a determinare con sicurezza la data di nascita delle rocce in cui sono contenuti, prescindendo dalla loro composizione, dalla loro profondità o dalla loro posizione geografica. Ed è proprio grazie a questi fossili guida che è stato possibile fare quella suddivisione dei tempi geologici nelle varie ere, epoche e periodi che conosciamo oggi. E per quanto ciò sia molto importante, ancora non è tutto, perché i fossili non funzionano solo come indicatori temporali, bensì anche ambientali, perlomeno in alcuni casi. Ci rivelano cioè le caratteristiche dell'ambiente in cui sono vissuti. Per esempio una cozza fossilizzata indica che ai suoi tempi in quel luogo c'era un mare poco profondo e luminoso, probabilmente una linea di costa; oppure un corallo attesta acque basse e calde, un anfibio un ambiente palustre, un mammut una steppa artica, eccetera.

lunedì 30 novembre 2009

Vita segreta

giorgiorst@gmail.com

Che cos’è la vita? Lasciando da parte le mitologie, se si vuol cominciare a rispondere e capire basta guardarci attorno. Così vediamo che in Natura possiamo distinguere tre regni principali, o sia tre tipi fondamentali di esseri con cui abbiamo a che fare: minerale, vegetale e animale. In più siamo circondati da tutte le cose manufatte dall’uomo, le cui materie prime derivano però sempre dal mondo naturale. Si capisce quindi che non abbiamo esperienza se non di corpi materiali. E non si tratta di un pregiudizio filosofico, poiché questo è proprio ciò che ci insegnano le stesse scienze naturali. E la cosa è ancora più semplificabile, poiché tutti i corpi possibili, alla fine, si possono distinguere non in tre, ma in due soli tipi: da una parte i minerali naturali e le cose artificiali, biologicamente inerti; e dall’altra gli organismi viventi, vegetali o animali che siano. Così è chiaro che il discrimine per dividere tutti i corpi esistenti in due possibili modi di essere sta nella qualità della materia di cui tali corpi sono costituiti: è la materia stessa infatti, alla fine, ad essere o meno dotata della qualità della vita. La prima specie di materia è dunque quella delle cose inanimate, dei corpi inerti, come possono esserlo un sasso, o una sedia, ma anche la Luna, le stelle e lo stesso intero Universo. Si tratta della materia inorganica, cioè priva di vita, e ciò che la distingue è l’essere consistente di atomi, con proprietà esclusivamente chimico-fisiche. Laddove l’altra, la materia organica, quella costituente i corpi degli esseri viventi (vegetali o animali), è invece costituita di cellule, e dotata per questo delle molto più complesse qualità biologiche. Stabilita questa del tutto evidente distinzione tra le due forme di materia e quindi tra i due tipi di corpi possibili, dobbiamo ora vedere più da vicino qual’è la loro differenza, il che ci porterà un passo avanti nel quesito sulla vita. Perché così capiremo anche il nesso che c’è tra le due materie esistenti, e ci renderemo conto di come a suo tempo, proprio all’origine della vita, sia accaduto qualcosa di impossibile oggi, ossia che l’una abbia potuto derivare dall’altra. Ma per rendersi conto di tutto ciò è indispensabile ricorrere agli argomenti della scienza chimica.
Ora, i corpi relativamente più semplici sono ovviamente quelli inerti, più elementari proprio perché privi di vita. Ebbene, come già detto, tutti i corpi di tal genere, costituiti di sola morta materia, hanno in comune questo alla base, che sono fatti di atomi. I quali atomi, pure già in sé stessi molto complessi, sono tuttavia i princìpi primi di ogni cosa (o anche, se si vuole, gli ultimi): insomma, ciò di cui ogni cosa è fatta e in cui alla fine si riduce. Non a caso la parola atomo, nella sua origine greca, vuol dire "indivisibile", o sia appunto non ulteriormente riducibile. In realtà l’atomo è divisibile e come, nelle particelle subatomiche che lo compongono, come i protoni, i neutroni, gli elettroni e altre ancora. Ma il discorso dell’irriducibilità degli atomi si riferisce alla qualità delle sostanze, e non agli atomi in sé stessi. Per esempio, se a un atomo d’oro togliamo un elettrone, quello non è più oro. Perciò gli atomi sono detti anche elementi chimici, perché appunto sono le particelle più elementari di ogni tipo di materia esistente. Così un atomo d’oro è la quantità di quel metallo più piccola possibile che si possa avere e che sia ancora oro; il che vale allo stesso modo per tutti gli altri elementi esistenti. Gli atomi sono presenti in natura, e se ne trovano 92 in tutto, alcuni abbondanti e altri molto rari. La maggior parte si trovano allo stato solido, una decina allo stato gassoso e uno solo, il mercurio, allo stato liquido. Inoltre esistono un’altra venticinquina di elementi artificiali, creati dall’uomo solo recentemente. Ebbene, ciascun atomo ha la proprietà di legarsi insieme ad altri, a formare le molecole, ossia i corpi composti appunto da più atomi. Prendiamo come esempio l’acqua. Ora, noi parliamo di molecole, e non di atomi d’acqua. Infatti ciascuna singola molecola d’acqua - che è in pratica la più piccola quantità di acqua che è ancora acqua - è formata e costituita da due atomi di idrogeno (simbolo chimico H) legati ad un atomo di ossigeno (O), con una proporzione tra i due elementi che è sempre quella (formula chimica dell’acqua: H2O). Altro esempio, il comune sale da cucina: si chiama cloruro di sodio (formula NaCl), ed è un composto di cui ciascuna molecola è formata da un atomo di sodio (Na) legato a uno di cloro (Cl). I legami chimici, poi, possono avvenire anche tra atomi uguali: ad esempio una molecola di ossigeno (O2), oppure una di cloro (Cl2), o di idrogeno (H2) eccetera, è costituita da due atomi dello stesso elemento legati tra loro. Ma questi sono i casi più semplici, e tuttosommato limitati. In genere le molecole possono essere molto più complesse, costituite da molti tipi di atomi, e tenute insieme da svariati tipi di legami chimici. Però qualsiasi possa essere la semplicità o complessità della molecola, per ciascun composto esistente la quantità (il numero) di ogni atomo è determinato e costante. E anche i legami, sia quelli tra gli atomi che formano ogni molecola, che quelli tra le molecole stesse, sono sempre strutturati secondo leggi di proporzioni matematiche, figure geometriche e meccanismi fisici ben precisi.
Ora, tutti questi atomi e composti fanno parte della Chimica inorganica. Ma c’è un altro ramo fondamentale di questa scienza, la Chimica organica. La quale però si occupa sempre di sostanze inerti, e non di corpi viventi, pur avendo a che fare con essi. Ciò che la distingue, infatti, è che si occupa di un solo singolo elemento, lasciando alla Chimica inorganica tutti gli altri. Questo elemento è l’atomo di carbonio (simbolo C), la cui importanza unica è dovuta al fatto che molti dei suoi numerosi composti hanno a che fare con proprio con la vita. Il carbonio è un elemento naturale, un atomo come gli altri, solo che è l’unico a possedere quelle proprietà che risultano essere state così determinanti proprio nella generazione ed evoluzione della vita, e più precisamente della stessa materia cellulare. Ora, la struttura chimica di questo atomo è così particolare perché gli permette di legarsi, oltre che ad altri elementi, anche a sé stesso, a formare molecole molto lunghe e complesse, vere e proprie catene di atomi, ognuna diversa dall’altra anche solo per la posizione o il numero di un unico atomo. Si capisce quindi come i composti del carbonio siano milioni, più numerosi dei composti di tutti gli altri elementi messi insieme, e perché essi vengano perciò studiati a parte. Inoltre la Chimica organica del carbonio ha a che fare con la vita in questo senso, che molti suoi composti sono prodotti direttamente da organismi viventi, vegetali o animali che siano, e fanno parte altresì della loro stessa costituzione. Tali sono infatti materie come gli zuccheri, i grassi, le proteine, le vitamine, gli stessi acidi nucleici che costituiscono il DNA delle cellule, eccetera. Tutti esempi di composti del carbonio essenziali per la loro funzione biologica, prodotti e ad un tempo produttori della vita. Ma tutte queste sostanze, ciascuna di per sé presa, non sono ancora la vita. Si tratta pur sempre ancora soltanto di atomi e molecole, che, sebbene vitali, non sono certo per questo anche viventi. Pure, la comparsa di tali sostanze del carbonio, inizialmente isolata qua e là, costituisce la premessa necessaria, poiché è proprio a partire dalla loro formazione-aggregazione-evoluzione chimica che deriverà l’assemblaggio delle prime cellule, o sia la materia vivente vera e propria.

Fatte queste indispensabili premesse, è possibile chiedersi ora quando e come è comparsa la vita sulla Terra. Certamente non subito, anche se relativamente presto. In principio si è formato il Sole, circa cinque miliardi di anni fa. La Terra, come gli altri pianeti, si è separata da esso e ha iniziato a girargli intorno quasi subito. Era molto calda, una massa di magma incandescente e priva di atmosfera, impossibile dunque per una qualsiasi forma di vita. Per prima cosa il pianeta ha dovuto raffreddarsi. Il che ha comportato la solidificazione della crosta terrestre, la formazione dell’acqua e di una prima atmosfera. A quell’epoca l’aria era irrespirabile, una cappa densa e oscura che limitava il passaggio dei raggi solari, priva di ossigeno, e costituita prevalentemente di gas che per noi oggi sarebbero letali. Eppure, paradossalmente, è proprio in tale situazione che la vita ha trovato il modo di attecchire, spontaneamente, comparendo nelle sue forme più semplici e primitive. Eh sì, perché se oggi è impossibile che la vita nasca e proliferi dalla non vita, ciò si è invece verificato proprio allora, quando le condizioni ambientali erano praticamente ancora invivibili. La comparsa della vita non è così altro che il risultato di una spontanea evoluzione chimica della materia organica, ma ancora inerte, preesistente. È cioè l’esito di tutta una serie di reazioni consecutive, rese possibili dalle condizioni ambientali presenti allora sul pianeta, che hanno prodotto composti man mano sempre più complessi, dalle molecole organiche fino alla formazione delle prime, più semplici tracce di materia vivente, fino alla comparsa delle prime cellule vere

Lavoro e denaro

Il lavoro è l’attività vitale degli uomini. Che pure, chissà perché, si rivela essere la più dannosa e funesta. Per capirlo è necessario saper distinguere il cos’è dal com’è, il lavoro, proprio perché le due cose non coincidono, purtroppo per chi lavora! Il fatto è che oggi, e da un pezzo ormai, si lavora per denaro, e lo si fa come se fosse una cosa del tutto naturale. Solo che senza sapere cosa siano in realtà né l'una né l'altra cosa, il lavoro e il denaro. Prima di tutto è bene sapere che non è stato ovviamente sempre così, bensì che questo sistema del denaro succede ormai da un paio di secoli a questa parte, e precisamente dall'avvento della Rivoluzione industriale in poi. In particolare con l'invenzione della macchina a vapore, che ha reso possibile un aumento enorme di quella che fino ad allora era stata la produzione dei beni di consumo, la quale dalla dimensione del laboratorio manifatturiero artigianale si è trasformata nella fabbrica vera e propria. Sia ben chiaro, non è che prima di quella svolta epocale i lavoratori stessero meglio, e anzi quella di diventare operai industriali fu paradossalmente per loro una sorta di liberazione dagli atavici vincoli feudali cui erano soggetti i braccianti contadini. Peccato che con quella "libertà" conquistata sono poi finiti subito dalla padella nella brace! Prima di quella rivoluzione infatti, e da ben diecimila anni, i lavoratori erano stati nella stragrande maggioranza contadini, asserviti agli esponenti della nobiltà e del clero, padroni delle terre. E a costoro toccava prestare la vita e l'opera in cambio di un miserabile sostentamento in natura, senza alcuna possibilità di sottrarsi a quella sorte. Ora si apriva per loro una nuova possibilità, erano "liberi" di lasciare i campi e andare in fabbrica, al "libero" servizio di quella nuova figura dell'imprenditore capitalista, il generale industriale pronto a dare gli ordini e farli lavorare in cambio di denaro. Denaro per il lavoratore, sotto forma di salario, e denaro per il capitalista, sotto forma di profitto! Insomma sempre di denaro si tratta, sebbene in due forme ben distinte, e anzi opposte!
Ora, la moneta esisteva già da ben prima di allora, ovviamente, e anche il suo uso capitale era in voga da ormai quattro o cinque secoli. Ma si trattava di un capitalismo commerciale, che riguardava principalmente la compravendita e il trasporto di merci di lusso da parte di ricchi mercanti per ricchi clienti aristocratici. Con l'avvento del capitalismo industriale invece, questo particolare uso del denaro riguarda anche gli stessi uomini lavoratori, oltre che le merci da loro prodotte. Insomma si crea, accanto al consueto mercato dei beni di consumo, un inedito «mercato del lavoro», vale a dire nien'altro che un "mercato di uomini"! Dove si recano uomini che vendono sé stessi per lavorare in cambio di denaro e uomini che comprano gli altri per farli lavorare! Il che, in un'economia di mercato, c'era quantomeno da aspettarselo!
Ma per capire meglio è necessario anche sapere che esiste un duplice uso che è possibile fare con il denaro: un uso naturale e uno appunto capitale. Con quest'ultimo che è proprio degli imprenditori, commerciali o industriali che siano; e il primo proprio di tutti gli altri, in genere lavoratori e consumatori, ma anche risparmiatori, elettori, telespettatori e quant'altro. Ebbene l'uso capitale è quello che pone il denaro come principio e fine dello scambio, laddove quello naturale è un uso del denaro come semplice mezzo di scambio. Partiamo con l'esempio primitivo del commerciante: costui detiene in mano il denaro, col quale compra una merce, che poi rivende ad un prezzo maggiorato. Il meccanismo imprenditoriale poi sarà sempre questo, di chi appunto mette per prendere, e anzi di chi tende a prendere alla fine il più possibile di quanto ha messo all'inizio. Si vede così come per costui il denaro è appunto il principio e il fine di tutto, laddove la merce che egli tratta non è che un mezzo per quello scopo che egli persegue. Spostiamoci invece ora al mercato del lavoro, dove la merce in compravendita sono appunto i lavoratori. Sì, perché se è vero che la propria libertà e dignità è qualcosa che non si può acquistare, però la si può benissimo vendere. Infatti, se non la propria, si può almeno comprare quella degli altri. Ma osserviamo la scena più da vicino. Innanzi tutto si vedrà come in realtà l’imprenditore non dà affatto lavoro, bensì lo cerca. Egli infatti non offre il lavoro, bensì il denaro, con il quale il lavoro appunto lo compra, lo comanda e lo fa fare.
Esattamente così come il lavoratore in realtà non domanda lavoro, bensì in effetti lo offre, e in cambio del denaro ubbidisce e fa il lavoro. Ed ecco anche che si spiega l'uso naturale che costui fa del denaro. Il lavoratore si presenta sul mercato senza niente in mano, non ha denaro e quindi non può comprare, a meno che prima non venda qualcosa che lo faccia incassare. E cos'ha da vendere, se non se stesso? Solo così egli riesce a ottenere quel denaro che poi gli servirà a comprare ciò che gli serve. Per costui dunque il denaro è un semplice mezzo, il cui fine è l'acquisto della merce di cui ha bisogno, allo scopo di consumarla.
Ebbene, si vede l'opposizione, anzi la contrapposizione che c'è tra i due modi possibili di usare il denaro? E che, per quanto possa funzionare perfettamente il meccanismo, pure si tratta di interessi esattamente contrari? Dell'imprenditore, che fa tutto per profitto, per accumulare denaro al denaro, e per il quale tutto il resto, la Natura e gli uomini compresi, non sono che un mezzo? Nonché del lavoratore che, ridotto a una merce tra le altre, fa tutto per un salario, per vivere e sopravvivere? Insomma, si vede o no che guadagnare del proprio lavoro è giusto, mentre profittare di quello altrui è ignobile, benché sia legittimo farlo? Se no, allora si è proprio ciechi!

venerdì 27 novembre 2009

Forza Roma


La storia romana è proprio una palla, con questa sfilza di imperatori che non finisce mai. E poi che "civiltà", questi Romani: giusto i fascisti potevano volerne rinverdire i fasti! Perché sia chiaro che la decadenza culturale e scientifica del mondo occidentale prende il via non tanto con il Medioevo, alla fine dell’impero romano, bensì già con gli stessi Romani. Ovviamente non è possibile dare un giudizio sommario, ma nemmeno si può negare come la civiltà di Roma non abbia fatto altro che man bassa della religione, la filosofia e la scienza greche, senza produrre alcunché di originale. La stessa lingua e letteratura latina che cos’altro è, in fondo, se non una traduzione del greco in latino? E anche a proposito dei loro monumenti, - della senz’altro straordinaria bellezza di ponti, acquedotti, strade, ville, teatri, circhi, ecc. - non bisogna però scordare che furono i "re" Etruschi a edificare le prime grandi opere pubbliche di Roma, e che furono sempre loro, gli Etruschi, a inventare la costruzione dell’arco in pietra. Per cui anche nell’arte della loro architettura gli antichi romani si rivelano essere stati più degli ottimi tecnici che non degli scienziati, dei grandi ingegneri ma non dei ricercatori, insomma più dei pratici imitatori che non dei teorici innovatori.
La "grandezza" dei Romani, invece, sta tutta nel loro "impero", vale a dire nella capacità e forza di aggredire, conquistare e dominare mezza Europa! Esperti nell’arte della guerra quindi, questi Romani, e, guarda un po, anche nel campo del Diritto! Già, il Diritto romano, il famoso Codice di Giustiniano, di cui sanno qualcosa gli studenti che ancora oggi sono tenuti a conoscere, se vogliono esercitare la professione legale. E non per un capriccio professorale, ma perché è proprio sulla base e sul modello di quel Codice dell’antica Roma che si è edificato praticamente tutto il successivo Diritto e la giurisprudenza mondiale fino a oggi. Bella roba!
Per non dire infine dello stesso popolo di Roma imperiale, anch’esso corrotto e sfaccendato, mantenuto con i proventi di guerra a pane e spettacoli, e che esultava smodatamente allo strazio cui assisteva nell’arena.
Veramente una civiltà sublime, dunque, quella romana! Però alla fine spazzata via nello stesso modo barbaro in cui in fondo era sorta. Senonché nel frattempo, per una singolare ironia della sorte, Roma si è "convertita" alla nuova religione, e da città malvagia, centro di un potere politico-militare corrotto che era, si è ritrovata città "santa", centro della cristianità (romano-barbarica) e del nuovo potere ecclesiastico. Dalla padella nella brace!

Comunicazione


Conversare per conservare: è quello che facevano gli uomini prima che inventassero la scrittura. Sì, perché prima di allora la memoria si tramandava a voce, e c’era appunto la tradizione orale.
Nella storia della comunicazione la prima cosa è stata ovviamente che l’uomo ha imparato a parlare dopo chissà quanto essersi espresso con gesti e suoni disarticolati. Ma il linguaggio è un fatto sia fisiologico che psicologico. Perché consta dell’articolazione proprio fisica del suono della voce, cioè dell’aria proveniente dai polmoni che, nella laringe, attraversa le corde vocali; e che fuoriesce appunto modulata per mezzo di lingua, palato, denti, labbra e naso. Inoltre la lingua è altresì un fatto mentale, cerebrale, vale a dire che implica l’associazione di un particolare significato ad ogni determinato suono o nome.
Il secondo passo è invece consistito nell’invenzione del segno grafico, la scrittura appunto, che è evoluta, a partire dai geroglifici egizi e i caratteri cuneiformi mesopotamici, più di seimila anni fa, fino all’alfabeto fenicio, di circa tremila anni più tardi, in seguito perfezionato dai Greci con l’aggiunta delle vocali, e arrivare così fino a noi. Le prime forme di scrittura erano quindi costituite da ideogrammi e pittogrammi, che erano segni i quali rappresentavano visivamente un oggetto o un significato, il che voleva però dire che per scrivere si rendevano necessari centinaia e anche migliaia di segni. E l’innovazione della scrittura alfabetica ha appunto risolto proprio questo problema. Associando infatti il segno grafico (a questo punto la lettera) non più direttamente alle cose, ma ad un determinato suono della voce, allora con poco più di venti segni è stato possibile esprimere, scrivendole, tutte le parole possibili. Così, in questo modo, la comunicazione umana è evoluta dal semplice parlare e ascoltare diretto, cioè necessariamente da vicino, allo scrivere e leggere, possibile anche da lontano, sia nel tempo che nello spazio.
Il terzo passo di questa storia, poi, è stato l’invenzione della stampa, cinquecento anni fa. La qual cosa ha significato che se prima ciascuna copia di un libro doveva essere scritta a mano, ora se ne potevano stampare centinaia e anche migliaia tutte insieme. Con l’evidente vantaggio di una nuova enorme diffusione del sapere.
Infine si arriva all’ultima tappa, propria dei giorni nostri, vale a dire la rivoluzione informatica, con cui la comunicazione umana si è resa generalmente accessibile a tutti, raggiungendo dimensioni praticamente planetarie.

Materia e forma


Questo è il dilemma sul quale dibattevano gli Antichi, e ovviamente sempre con il chiaro intento di esaltare la forma e denigrare la materia! Già a partire da e soprattutto con Platone! Con il seguente equivoco di fondo, però, che costoto estendevano indebitamente il ragionamento dalle cose all’uomo, traducendolo nel problema fin troppo fittizio del rapporto dualistico tra la materia inerte e corruttibile del corpo, da una parte, con la forma spirituale e immortale dell’anima dall'altra. Nemmeno a dire come questa falsa concezione sia poi trapassata senza problemi dalla filosofia greca a quella cristiana, giungendo così fino a noi, ancora oggi.
Ebbene, ecco come stanno in realtà le cose. Le forme esistono, è vero. Si osserva facilmente come ogni cosa ne abbia una propria (eccetto i fluidi), come pure che si tratta della forma geometrica e fisica dei corpi. Niente a che fare insomma con presunte forme immateriali e invisibili di platonica memoria. Come non esiste un «bello in sé», ma solo cose belle, né un «bene in sé», ma solo cose o azioni buone; allo stesso modo non si danno «forme pure», separate e indipendenti dai corpi, ma appunto solo la forma di una qualche materia. Al limite c’è un caso in cui possiamo ammettere l’esistenza di forme "pure", cioè prive di materia, ed è quello di quando le cose sono rispecchiate nella nostra testa. Com’è ad es. la forma della casa nella mente del geometra che la progetta. Tenendo ben presente però che in tali casi abbiamo a che fare con forme che sono appunto soltanto pensieri, e non anche "cose". I filosofi antichi, da parte loro, ci tenevano invece a insistere sulla pretesa eternità delle forme, contrapposta alla presunta corruttibilità della materia. Cosa che ripetono ancora i preti odierni quando parlano di anima e corpo. Solo che, in realtà, è vero esattamente il contrario. La forma infatti, che poi si risolve nella bellezza delle cose e dei corpi, è proprio per questo la loro esteriorità, quella cioè che si corrompe per prima. Laddove la materia, pur trasformandosi di continuo, ma non potendosi creare, e però nemmeno distruggere, è piuttosto essa stessa propriamente incorruttibile e eterna. La forma è dunque tutt’altro che elemento e principio, sostanziale ed essenziale delle cose, bensì appunto proprio l’opposto. Né tantomeno le forme sono la causa, quanto piuttosto l’effetto delle cose, - la loro bellezza appunto, che però si rivela non certo prima, ma solo dopo, solo quando le cose sono compiute e, appunto, formate.