giovedì 25 dicembre 2008

Liberi tutti

Libertà? Sì certo, grazie! Ma che sia libertà vera, però, cioè che sia giustamente la stessa per tutti. E quindi non com'è ad esempio la libertà politica, il Diritto di Stato, la cui legge è sì uguale per tutti, e però di fronte ad essa non siamo affatto tutti uguali, poiché alcuni lo sono sempre stati più degli altri. Chi? Quelli che tali leggi le hanno fatte e le fanno! Perché l'istituzione e introduzione delle leggi scritte hanno avuto un destino analogo a quello avuto con l'istituzione manicomiale! Nel senso che all'inizio hanno rappresentato entrambe un notevole movimento di progresso: la legge scritta rende oggettivo il diritto-dovere di tutti, così che impegna anche chi la promulga ad osservarla, laddove prima era tutto a dicrezione delle parole di chi deteneva il potere; così come il manicomio inizialmente ha significato la distinzione del paziente psichiatrico dal criminale comune, col quale fino ad allora finiva invece rinchiuso in carcere. Solo che ben presto, in entrambi i casi, quello che era un iniziale fattore di importante progresso si è trasformato nel suo contrario, in uno strumento di dominio e oppressione, sia dei cittadini da un lato, che dei malati di mente dall'altro. Che cos'è stato infatti sempre il Diritto, dai Romani che l'hanno inventato in poi, se non il diritto della forza dello Stato? Ma non è solo lo Stato, anche quello liberale attuale, ad essere in realtà oppressivo, bensì lo è anche quella libertà economica del liberal-liberismo che gli si contrappone, la libertà di una "democrazia di mercato", la quale è del tutto parziale, solo di coloro che detengono il denaro, i quali non rappresentano certo la maggioranza. E che dire infine anche della libertà di coscienza, richiesta a gran voce dai preti, affinché i loro fedeli possano continuare a professare senza restrizioni il loro proprio credo religioso? Non è forse una libertà di mentire da una parte, e di farsi ingannare dall'altra? Per dire insomma che un conto è la forma, ma un altro è la sostanza. O sia che la libertà attuale di cui godiamo, pur già così importante e conseguita a tanto caro prezzo, è tuttavia ancora ben lontana dall'essere compiuta. Non è per niente, questa, la migliore delle libertà possibili! Che dire infatti della libertà dallo Stato, o dal denaro, o da Dio, - nonché dai rispettivi uomini che li rappresentano? Che dire di liberarci di tutte queste "libertà" che abbiamo conquistato finora? D'altra parte sappiamo che la vera libertà, una democrazia economica e politica autentica, il dominio di una giustizia concreta, e non solo a parole, sono difficili anche solo da pensare, e rappresentano piuttosto un puro ideale regolativo, più che un elemento costitutivo e verificabile della realtà. Il massimo livello di libertà che l'umanità ha perseguito finora sono quelle forme di cui sopra, e il problema sta proprio nel trovare un modo praticabile di abrogare e superare la loro spudorata parzialità. Molti naturalmente inorridiscono già alla sola idea di una libertà più concreta di questa, che soppianti quelle forme semplicemente formali di oggi. Per altri invece potrebbe anche significare qualcosa di bello, se si vuole, e però irrealizzabile, impossibile da attuare; che potrebbe anche essere giusto in teoria, ma non valido per la pratica. Insomma, qualcosa che tutt'al più, come fanno i credenti, si può magari sperare di trovare in "cielo", un'altra volta, e non certo qui, ora, sulla Terra! E sembra poi la storia stessa ad insegnarci e confermarci questa nota pessimista. Infatti i pensatori che più di tutti hanno teorizzato quest'idea di una libertà concreta uguale per tutti, Rousseau e Marx, hanno entrambi ispirato altresì le due grandi rivoluzioni, in Francia e in Russia, il cui esito sta appunto lì a dimostrare l'inattualità di certe idee, le quali nella pratica vedono sistematicamente fallire il loro scopo. A parte che ora perlomeno abbiamo capito che una "rivoluzione" non può riuscire solo con la violenza e l'ignoranza del popolo.
E tuttavia anche se fosse così, anche se è andata in questo modo, anche se quell'idea di libertà non fosse dunque altro che questo, cioè un'idea e basta, pure essa esiste e resiste ancora, in tutta la sua logica stringente. D'altra parte ci sono ben altre idee che, come per esempio l'idea di Dio, pure esiste e resiste ancora da ben più vecchia data, e in questo caso anche con molta minor logica! Quindi non c'è proprio niente di strano se quell'idea di libertà come liberazione si presti ottimamente anche oggi per la critica radicale di ogni realtà sociale che vada negata e modificata. Né mancano certo esempi di casi in cui la libertà non si possiede ancora, bensì la si deve piuttosto conquistare ancora. Quindi, se non altro per tale sua funzione anche soltanto regolativa, quell'idea può essere benissimo un movente determinante dell'azione, qualcosa a cui tendere, uno scopo da perseguire, un valore da attuare. Un fine che si rincorre anche non sapendo se e quando mai sarà possibile da raggiungere e attuare. Che però, quando realmente fine a sé stesso, ha un vero proprio valore etico, oltre che sociale. E come tale, al limite, quel fine può anche essere indifferente alla sua realizzazione pratica, perché si impone lo stesso, e anzi proprio per questo, quasi come un incondizionato dovere. Un dovere però non comandato dall'esterno da qualcun altro, bensì libero, che siamo noi stessi ad imporci; e facendolo in cambio di niente, o sia appunto per sé stesso e non solo per noi, né per altro. Semplicemente perché è logico, giusto e bello così.

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Cos’è la libertà, qualcosa che si ha, che si è, che si fa, oppure che si vuole? A prima vista sembra che ho la libertà di essere libero quando posso fare ciò che voglio, in assenza di impedimenti esterni. E va bene. Ma, come si è chiesto Schopenhauer, sono altresì libero di volere ciò che voglio? O il mio volere non è piuttosto già predeterminato dal mio modo di essere; quello che, senza averlo scelto, mi ritrovo ad avere? E in tal caso allora, che libertà sarebbe? Esattamente come se la libertà del baco da seta fosse quella di filare, per riprendere questa volta un'espressione di Nietzsche, un altro che se l'è presa contro la pretesa libertà del volere! E in effetti anche questa forma di libertà, detta anche libertà morale, è quantomeno sospetta, se non altro perché sono i preti e la maggior parte dei filosofi ad averla predicata! Già a cominciare da Agostino per esempio, "santo" e primo grande filosofo cristiano, il quale sosteneva a proposito della libertà una singolare ipotesi: che in pratica noi saremmo liberi, sì, ma di non altro che peccare! E cita il caso di Adamo, il quale a suo avviso sarebbe divenuto libero solo con il compimento del "peccato originale", mentre prima non lo era. Appunto a sottolineare come la libertà sia in pratica volere ciò che non si può, ciò che è proibito. Adamo infatti, prima della "caduta", voleva solo ciò che poteva, perché tutto era permesso, e dunque poteva tutto ciò che voleva. E questo significava, appunto secondo Agostino, agire in completa assenza di libertà! Appunto perché in tali singolari circostanze nemmeno la possibilità di scelta è resa possibile! Solo nel momento in cui mangia il "frutto proibito" Adamo compie il primo atto di libertà, consistente appunto nel disobbedire al comando e trasgredire il divieto. Il ragionamento è certamente contorto, ma non senza essere illuminante, anche sulle conseguenze che comporta. In questo modo infatti la libertà, quale facoltà di peccare, viene immediatamente connotata e concepita come "responsabilità morale": se sei libero di agire nel peccato allora rispondi delle tue azioni, e ne paghi le conseguenze. Di qui il giudizio, la condanna e la pena per i liberi peccatori! Insomma, una concezione morale tipica, questa cattolica, dove c’è un Dio che prima detta il comando-comandamento, con il quale in genere proibisce qualche cosa; poi, attraverso i suoi preti, giudica tutto quello che succede, e castiga o premia chi ha obbedito o meno agli ordini "morali"! Decisamente più attendibile è allora la molto più tarda teoria opposta, secondo la quale non saremmo invece affatto liberi di volere quello che vogliamo, bensì appunto costretti, dal nostro carattere e dalle nostre inclinazioni naturali, che non sono dipendenti da noi più di quanto lo sia ad esempio il nostro aspetto. In questo senso risulta così che siamo perfettamente innocenti dal punto di vista morale. Possiamo essere colpevoli, imputabili, condannabili e punibili solo legalmente, pur con tutte le riserve che si possono fare anche a questo proposito. Ma di sicuro non hanno alcun senso né il giudizio morale, né il premio o castigo che siano; né, insomma, l'ufficio dei preti e le loro invenzioni in questa materia. Tutto sommato, come si vede, la negazione della presunta "libertà morale" si rivela una bella liberazione!

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Di solito si dice che la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri. Il che dà evidentemente il senso del limite e della limitazione di tale condizione. E però c'è stato Bakunin, il noto esponente dell'anarchismo russo, che su questo argomento ha visto più lontano di così, sostenendo che invece la libertà di ciascuno inizia solo con e attraverso quella degli altri. Nel senso che solo l'altrui libertà è condizione e garanzia della mia, per cui nessuno sarà in diritto di ritenersi libero finché altri saranno ancora in schiavitù. Non è molto ben e bel detto?

Sull'essere

Che cos'è l'essere: questo è il problema! Almeno per i filosofi! Bhè, in fondo non è così complicato: l'essere è ciò che è. Al tempo stesso uno, totale (tutto ciò che è); nonché molteplice, parziale (i tanti singoli e diversi esseri). Ogni cosa in qualche modo è, e noi stessi siamo. Poi ci sono i modi di essere. Quindi Aristotele aveva ragione in questo, che l'essere ha molti significati, e perciò si dice in molti sensi, a seconda della maniera in cui lo si considera. Chi essere, cosa essere, quale essere, quanto essere, come essere, dove essere, quando essere, perché essere: sono tutti modi possibili di o dell'essere qualche cosa. L'essere poi può anche considerarsi come sinonimo di esistenza e realtà: se di una qualsiasi cosa si dice che è, allora vuol dire che quella cosa esiste, e insomma è reale. E infine c’è l’essere logico, o sia l’essere pensato, il pensiero dell’essere; nonché l’essere grammaticale, o sia l’essere detto, la parola essere, il verbo essere. Ma l'essere, poi, può anche non essere! Come il non essere questo bensì quello, cioè l'essere diverso ( ad esempio l'uomo è tale, ma non è cavallo); oppure il futuro non essere ancora (il bambino è, ma non è ancora uomo), o anche il passato non essere più (il frutto è, ma non è più il fiore). E se è per questo c'è anche il non essere nulla vero e proprio, il niente (non ente), che non è esistente e basta.
Prima di tutti i modi in cui si presenta, c'è però un essere fondamentale, principale, comune a tutte le forme di essere possibile. C'è insomma un essere che è originario, cioè che viene prima degli altri, dal quale anzi gli altri derivano e ad esso ineriscono. Ed è l'essere come sostanza. Sostanza, che si dice anche sostrato, significa appunto "ciò che sta sotto", cioè la base, alla quale sempre, immancabilmente, si riferiscono le qualità e tutte le altre determinazioni delle cose che sono. Ad esempio, sostanza del tavolo è il legno, oppure sostanza di un corpo animale è la carne, ma anche "sostanza" del pensiero le cellule neurali, eccetera. Insomma, l'essere come sostanza è ciò di cui ogni cosa è fatta, ed alla quale si riferiscono tutte le altre caratteristiche della cosa stessa (come la forma-figura, o anche il colore, il sapore, l'odore, il tatto). Come si vede bene tale sostanza, - l’essere primo e fondamentale di tutte le cose che sono - è la materia, semplici (si fa per dire) atomi o complicate cellule che siano.
Non si scappa. Guardiamoci intorno, e vedremo che tutto quello che ci circonda è costituito da, in, o con qualcosa di materiale. Poi può essere bianco o nero, liquido o solido, grande o piccolo, ecc.. Ma prima di tutto, perché sia qualcosa, dev'essere appunto una qualche materia, un corpo insomma, vivente o inerte che sia. Quello stesso corpo-materiale che poi è oggetto del sapere e della scienza.
Ora, tutto ciò è fin troppo ovvio. Senonché le complicazioni, o se si vuole le divergenze filosofiche sull’essere, sorgono quando con tali discorsi si arriva a parlare appunto proprio dell'essere umano. Evidentemente appunto perché egli è l'unico tra tutti gli esseri che presenta, insieme al solito lato materiale del corpo, anche un carattere mentale-intellettuale-spirituale-ideale del pensiero. Solo che gli antichi filosofi Greci, i primi ad aver sollevato questo tema, non sapevano ancora che il lato mentale è cerebrale, ossia che ha a sua volta una base materiale ben precisa nel cervello. Al contrario, per loro invece i due lati, cioè la materialità del corpo e l'immaterialità del pensiero, presentando caratteristiche così opposte, non potevano perciò stesso assolutamente avere una base (materiale) comune. Da qui, salvo due o tre rare eccezioni, il radicale dualismo sorto con la filosofia antica, la quale così finiva con il chiedersi e ragionare su quale fosse il primato e quale il derivato, tra i due componenti l'essere umano, se la carne e il sangue di cui è fatto, oppure la mente di cui è dotato; se l’azione o il pensiero. A quale sia insomma la sua principale "sostanza" vitale, se il corpo o ... "l'anima"! Con i posteri che hanno ovviamente sentenziato per quest'ultima!

Sulla famiglia

È definita unanimamente il nucleo fondamentale, cioè elementare, della società umana. Lo dicevano già i Greci, e tutti lo hanno ripetuto in coro dopo di loro. Dunque ben prima ancora dei preti e della Destra, che sono gli attuali strenui sostenitori di questo valore. Ebbene questa istituzione è in realtà così ovvia e naturale solo da dopo che è stata istituita, perché i rapporti di riproduzione tra i sessi non sono evidentemente sempre avvenuti in questa forma che conosciamo oggi. Ma a parte questo, concepita in questo modo com'è oggi, la famiglia solleva quantomeno un’obiezione. Infatti quella familiare è la sfera privata degli individui, che però qui si presume stia appunto a fondamento di quella sociale; la quale ultima rappresenta invece, al contrario, la sfera pubblica. Famiglia e società, così, pur avendo caratteristiche esattamente opposte, vengono poste però l’una a fondamento dell’altra! Ma come può essere? Come può un interesse privato (familiare) fondare un interesse pubblico (sociale)? Non sono forse punti di vista contrastanti e anzi contrari?
Per capirci qualcosa forse è utile distinguere tra la famiglia come fatto naturale, vale a dire la generazione dei figli; e quella come fatto economico, cioè i possedimenti di ciascuna famiglia, figli compresi, attraverso i quali tali possessi si trasmettono. Così infatti si evidenzia il lato in realtà antisociale dell'istituzione familiare. O sia che è già dalla famiglia, e anzi proprio a partire da essa, che sono sempre saltati fuori gli squilibri sociali. Sì perché, così come è praticamente sempre successo e come succede ancora, il destino degli individui è senz'altro già segnato fin dalla (famiglia di) nascita. È chiaro quindi come la famiglia, oltre alla naturale riproduzione biologica degli uomini, costituisce altresì e prima ancora la riproduzione artificiale delle divisioni sociali tra di essi, o sia dei privilegi di alcuni pochi a scapito dei tanti altri. Con l'organizzazione statale e religiosa della società che non ha sempre fatto altro che avallare giuridicamente questo stato di cose, attraverso le leggi sul matrimonio-patrimonio e sull'eredità, per mezzo delle quali gli uomini trasmettono appunto ai loro discendenti non solo il loro naturale patrimonio genetico, bensì appunto anche quello economico artificiale. In questo modo, però, la sfera sociale è solo apparentemente pubblica, essendo che essa si limita a riprodurre fedelmente e a garantire le differenze esistenti già nelle private sfere familiari. Ed è proprio così che poi si è sempre potuto garantire anche un certo ordine sociale, con il figlio di re che avrebbe fatto il re e quello del contadino il contadino.
Per i preti poi la famiglia è, di più ancora, qualcosa di "sacro", e il matrimonio sarebbe stato istituito direttamente da Dio stesso. Ma per costoro, che i vari sacramenti li amministrano, non potrebbe essere diversamente! A parte che la Chiesa ha sacralizzato e consacrato anche la monarchia e l’impero! Tutte "cose" volute e comandate da Dio stesso, di cui i preti sono stati gli "amministratori delegati" qui sulla terra! E a parte l’ironia che loro, preti e suore, proprio i senza famiglia, si fanno poi chiamare padre e madre; e chiamano così anche Dio e la Madonna! Per non dire infine della malefica e vergognosa responsabilità che tutte le religioni monoteistiche e maschiliste, - con la loro istituzione e benedizione della famiglia patriarcale tradizionale - hanno avuto sulla tragica condizione della donna nei millenni.

Sull'animanimale

In realtà è l'animale a possedere l'anima, proprio in quanto è animato, cioè a dire che si muove da sé! Bisogna riconoscere che questa "etimologia" della parola emerge già in Platone, uno che di quest'argomento se ne intendeva! Solo che lui questo nesso tra l'anima e l'animale lo lascia solo intravedere, e in un tutt'altro travisante contesto. Nel Timeo egli si riferisce infatti ai corpi celesti, i quali anch'essi secondo lui avevano un'anima che li faceva muovere, e per questo li chiamava appunto "animali" con l'anima che si muovevano da sé! Laddove invece è proprio in relazione ai veri animali che il discorso ha un evidente fondamento. Poiché questo dell'animale animato, anche se solo in senso figurato, è in effetti è l'unico significato "scientifico" che si può concedere alla parola "anima", appunto come princìpio autonomo di movimento! Il che non è ovviamente quanto intendeva dire Platone! E tuttavia è incotestabilmente vero che i vegetali, pur muovendosi nella crescita, stanno fermi. E così in un certo senso i corpi celesti, che compiono sempre lo stesso giro. E tantomeno si muovono spontaneamente i minerali e tutte le cose, il cui moto o quiete dipende appunto da cause a loro esterne. Solo gli animali possono andare dove vogliono, nel senso appunto che si muovono autonomamente. E lo fanno per un motivo molto semplice perché è solo così che hanno modo di procurarsi il cibo. Vale per tutti gli animali indistintamente, sebbene con diversi tipi di moto possibile, come nuotare, volare, strisciare o camminare. Però tutti sono strutturati e dotati di questa capacità, di questo "princìpio" che li fa appunto muovere. Per questo è del tutto appropriato sostenere che tutti gli animali hanno un’anima! È il loro "motore" che hanno in sé stessi, di cui sono fatti, e che li fa vivere.
I preti invece predicano che l’anima sarebbe una prerogativa propria sola dell’uomo. E anzi, proprio quella che distinguerebbe con più precisione l’uomo dagli altri animali. Ma questa loro "anima" è proprio come Dio, che non è né qualcosa, se non un’idea; né sta da qualche parte, se non nella testa degli uomini. Gli Antichi da parte loro erano molto più pignoli, e ritenevano invece che nell’uomo esistessero addirittura tre specie di anime, disposte in ordine gerarchico. Più in basso la vegetativa, che avrebbe presieduto alle funzioni nutritiva, accrescitiva e riproduttiva, presente anche nelle piante. Poi la sensitiva, che avrebbe regolato appunto la sensibilità, nonché il movimento, presente anche negli animali. E su in cima l’intellettiva, propria solo degli uomini. La quale ultima in particolare, identificandosi con l’attività suprema e perfetta del pensiero, finiva per essere considerata per questo altresì immortale. Oggi vorremmo che non fosse più usato, questo equivoco termine di anima. Se poi proprio lo si vuole o deve fare, allora perlomeno si segua l’accortezza degli Antichi, e, sul loro esempio lo si appunto per indicare la facoltà e attività effettivamente più spirituale dell’uomo, che è quella intellettuale e creativa del pensiero e dell'arte. Così, secondo una tale acuta concezione, l’anima (o lo spirito) dell’uomo finirà per trovarsi finalmente da qualche parte, cioè nella sua mente, nella quale finirà per essere. Tanto più che sia la mente che l’anima hanno in fondo proprio le stesse caratteristiche peculiari, essendo entrambe invisibili e immateriali. Così poi, almeno sapremo che il pensiero ha origine e sede nel cervello, esattamente come la digestione ce l’ha nello stomaco, o l'eiaculazione nei testicoli!

Storia e Preistoria



Per capire chi siamo, o anche per tentare di prevedere dove andiamo, non possiamo prescindere da come eravamo e da dove proveniamo. Per questo dobbiamo volgerci indietro, coltivare la memoria del tempo passato, studiare la Storia insomma. Perché è solo per tramite di questa conoscenza che possiamo avere una comprensione adeguata delle cose, di tutte le cose. L'uomo, la vita, la Natura, l'Universo: ogni oggetto di studio, e quindi del sapere, è un oggetto storico, prima ancora che scientifico, ciascuna che ha la sua storia nella Storia. In tale ottica si vede così per esempio che la storia umana è la più recente di tutte, e dunque la più breve; sebbene sia quella che, pur avendo meno storia, però ha fatto più storia. Essa è divisibile in due sezioni, precedente e successiva all’invenzione della scrittura. Perché è proprio questa invenzione che distingue la storia dalla preistoria. Infatti è solo con i primi documenti scritti di cui si è conservata traccia, che si hanno le «fonti» dirette degli avvenimenti accaduti nel passato. Come si sa è successo sei-settemila anni fa, con le civiltà fluviali all'alba della storia, i caratteri cunei formi dei Mesopotamici e i geroglifici degli Egizi. Laddove la nostra scrittura alfabetica vera e propria risale a più o meno tremila anni fa, inventata dai Fenici e perfezionata dai Greci con l'aggiunta delle vocali. Gli studenti sanno come si tratti già di tempi piuttosto lunghi. Se però viene la curiosità di risalire più indietro ancora, allora la scala temporale dei fatti storici si amplia in misura davvero notevole. La stessa preistoria umana risale fino a due - tre milioni di anni fa, e comprende anche tutto il processo di ominazione con gli ominidi. E in questo caso la ricerca storica, cioè accertata, vera, si complica notevolmente; proprio per l'evidente assenza di fonti scritte, nonché per la scarsità e la particolare natura dei documenti di cui in questo caso si dispone per le "prove" dirette, che sono i reperti fossili e quelli archeologici. Ma, a voler retrocedere ancora, dalla comparsa dell'uomo all'indietro, arriviamo ad una scala dei miliardi di anni! Sicché quello che si rivela alle nostre spalle è un vero e proprio abisso, uno strapiombo verticale, dove il tempo trascorso sprofonda, in una misura tale che la nostra mente è incapace di intuire con chiarezza, e può piuttosto soltanto vagamente immaginare. Dunque la stessa preistoria umana a questo punto, che pure ha origini così remote, si rivela un'appendice accidentale se confrontata al tempo smisurato che già era trascorso prima. Secondo la concezione tradizional popolare messa in giro dai preti, l’uomo sarebbe comparso così, come d’un botto. Mentre in realtà egli è appunto l’ultimo degli esseri apparsi sulla faccia della Terra. Ormai è evidente infatti che prima di tutto, e molto prima, si è dovuto formare il mondo stesso, l’Universo in cui stiamo. Poi il Sole con i suoi pianeti, tra i quali evidentemente il nostro. E solo successivamente ancora è comparsa la vita sulla Terra, le cui prime forme risalgono a più di tre miliardi di anni fa! E da allora, da quelle primordiali forme elementari in cui all'origine è comparsa, la vita è evoluta in tutte le sue infinite varietà vegetali e animali, dalle creature più elementari delle origini alle più complesse, prima che giungesse infine a noi, alla formazione della nostra specie attuale.
Insomma è una lunga, lunghissima Storia; e anzi possiamo ben dire che sia una storia infinita! Dobbiamo renderci conto insomma che la notte dei tempi è ancora più profonda e buia di quanto si riesca a pensare. Sapere che il tempo passato è smisurato toglie un po il fiato, un po come quando si scopre che anche lo spazio presente che ci circonda è smisurato, lo spazio infinitamente grande dell’Universo. Per non dire anche dell'universo infinitamente piccolo che si nasconde nella materia. La scoperta di questa dimensione dell’infinito in cui siamo immersi, contribuisce da un lato ad acuire il mistero che ci avvolge, mentre dall’altro ci fa capire quanto piccola è la parte che abbiamo nella Storia, e quanto grande invece la nostra finitezza. Noi che, sulla base della tradizione biblica, ci sentivamo il e al centro di un Universo stabile, limitato e ben definito; e che credevamo come tutto ciò fosse stato disposto in funzione nostra! Che pensavamo l'infinito fosse Dio stesso, "fuori" dall'Universo! Quando in realtà abbiamo invece dovuto prendere atto di quanto siamo minuscoli, fragili, e per così dire gettati in un angolino di uno spazio immenso; un freddo, infinito vuoto, pieno di infinite stelle infuocate! Ecco insomma qualche esempio su cosa si può capire e conoscere già solo volgendoci indietro!

Legalità



Si distinguono principalmente in due specie: leggi della Natura e leggi degli uomini. La loro differenza principale è che mentre le leggi della natura esprimono un essere, o sia qualcosa che è così, e basta; quelle degli uomini stabiliscono invece un dovere, ossia qualcosa che deve essere, - fatto o non fatto. Certo, in qualche modo si può dire che entrambe sono leggi umane. Perché anche le leggi della Natura, pur non avendole inventate gli uomini, sono però pur sempre loro ad averle scoperte e scritte. Ma questo non toglie la differenza di cui sopra.
Ebbene la prima specie di leggi è quella che spiega i vari fenomeni della Natura, sono le leggi delle scienze naturali, che descrivono cose come il movimento e l’equilibrio dei corpi, oppure come l’elettricità, il magnetismo, il calore, la luce, il suono, e così via. Ebbene, queste e tutte le altre leggi del genere, hanno un valore universale e sono necessarie, cioè sono vere così come sono, né possono essere altrimenti. Non a caso sono verità formulate in linguaggio matematico, fatto di numeri e figure. E sono leggi che agiscono indipendentemente dall’uomo, com’è ovvio. Gli uomini si sono limitati a indagare su di loro, il che però non è stato poco, visto che riuscire a decifrarle e formularle, ha significato quelle stesse leggi si sono prestate poi allo scopo di essere sfruttate, per piegare quelle forze della Natura che si erano scoperte, agli scopi propri degli uomini.
Con le leggi degli uomini in senso stretto siamo invece su un tutt'altro piano. Perché qui essi scrivono la legge, laddove nel caso precedente si trattava di tra-scrivere una legge che era stata scoperta, sì, ma che era già scritta nella Natura. Ora invece l'uomo, la sua legge, se la inventa di sana pianta; ora la legge dipende da lui perché è lui stesso che la stabilisce. A parte che poi queste leggi umane, gli uomini, le hanno usate per sfruttare gli altri uomini, - proprio come hanno fatto attraverso le leggi naturali con la Natura! Ma a parte questo, le leggi umane si distinguono quindi da quelle naturali per il fatto di essere leggi sociali, cioè appunto artificiali, artefatte dagli stessi uomini. Le quali si dividono a loro volta in due: leggi giuridiche, statali, e leggi morali, (in genere) religiose. In questi casi si tratta di leggi contingenti, nel senso che cambiano con il cambiare del tempo storico e dello spazio geografico. Quelle degli uomini non sono dunque mai leggi universalmente e sempre vere, come sono quelle della Natura, che non cambiano mai. Appunto perché sono stabilite e dipendenti dagli stessi uomini, in funzione del loro modo di vedere, di essere e di vivere le cose. La differenza tra le due specie di leggi umane, poi, è che quelle giuridiche si riferiscono alla sfera esteriore, pubblica, mentre le leggi morali sono un fatto interiore, privato. Inoltre la legge dello Stato è obbligatorio rispettarla, e chi la trasgredisce incorre in giudizio e sanzione; laddove la legge morale è facoltativa, dipende cioè da una per così dire scelta libera della nostra buona volontà. Sebbene con la religione, ovviamente, anche lì la "legge" di Dio è obbligatoria, ed è prevista la pena per chi la trasgredisce, - e anzi, di più ancora, anche un premio per chi la osserva!

mercoledì 17 dicembre 2008

Giubileo


È degno di interesse andare a ricercare le vicende storiche e i significati del Giubileo. Scoprire l’origine ebraica di questa istituzione, imposta direttamente da Dio, con i suoi singolari, contrastanti contenuti; nonché sul paragone con l’attuale Giubileo cattolico. Di quest'ultimo, quando gli tocca, si sente spesso dire sui mezzi di informazione, oltre che, ovviamente, nelle chiese; così che tutti capiscono cos’è quando ne sentono parlare. Ma poi in pochi, anche tra i credenti, sanno poi a spiegare di cosa effettivamente si tratta. A dimostrare la verità del fatto che una cosa, pure se nota, non vuol dire che per questo sia anche conosciuta. Ebbene proprio perciò questo Giubileo vogliamo farlo brevemente oggetto della nostra attenzione, per tentare di capire qual’è il suo reale significato e prenderne così in qualche modo coscienza. Anche perché i giornali e gli altri mezzi in questo non aiutano: essi danno bensì le notizie relative al nostro argomento, quando se ne presenta l'occasione, ma più in quanto lo si considera un evento di rilevanza economica e folclorica, che non su ciò che il Giubileo sia in sé stesso; la qual cosa viene evidentemente data per scontata, nella supposizione appunto che essa sia già risaputa. Il nostro approccio, invece, è essenzialmente storico, quindi in un certo senso opposto, perché con esso tralasciamo l’immediatezza del presente e andiamo per così dire a rovistare nel passato. Anche se, certo, lo facciamo allo scopo di capire il nostro tempo attuale. Per una concezione del genere, che privilegia e tiene conto di questo tipo di sapere storico, un oggetto compreso nel suo sorgere originario, nel suo conseguente sviluppo e progresso evolutivo - quello che si dice un oggetto storicamente determinato - diventa un oggetto per noi, nel senso che lo conosciamo, e dunque in un certo senso lo possediamo, così come esso è secondo la sua natura, nel suo significato reale e autentico. Ora, venendo a questo particolare oggetto di cui si tratta qui, qualche problema sorge a causa della sua natura religiosa. La fonte principale delle nostre informazioni in merito è infatti la Bibbia, che sebbene sia un libro storico, però non è certo un libro di storia. O quantomeno, se vi sono notizie realmente storiche, esse sono assolutamente marginali rispetto al contesto complessivo del libro. Sarà quindi opportuno tener presenti queste particolari circostanze, condizionate appunto sia dalla natura dell’oggetto con cui abbiamo a che fare, che dalla fonte da cui traiamo le informazioni su di esso. Prima di scendere nel dettaglio infine, ancora una breve precisazione di carattere etimologico, sul significato della parola. Il termine Giubileo non va confuso infatti con il sostantivo "giubilo" ed il relativo verbo "giubilare", come potrebbe sembrare a prima vista. In questa accezione abbiamo infatti a che fare con il significato di gioia, esultanza; ed il verbo - di origine imitativa (fare iù iù) - vuol dire appunto esultare, gridare di gioia. Il che, anche se non lo esclude, non è però il caso nostro. Giubileo è invece una parola di origine ebraica, proprio perché furono essi, gli Ebrei, i primi ad istituire un’usanza di questo genere. Precisamente, il termine deriva da jôbël, che significa "capro", in quanto era con il suono del corno di questo animale che i sacerdoti annunciavano appunto l’avvento dell’anno giubilare. Sì, poiché anche per gli Ebrei, e in questo senso così come per noi oggi, il Giubileo consisteva in una particolare ricorrenza che durava essa stessa un anno, e si doveva celebrare ogni prestabilito numero di anni che passavano.
Come abbiamo detto, la nostra principale fonte di informazioni è la Bibbia, e precisamente il Levitico, uno dei primi cinque libri (Pentateuco) attribuiti a Mosè. Tutte le citazioni del presente articolo sono tratte da questo libro della Bibbia, più in particolare dal capitolo 25, versetti 8-55, che è appunto il luogo dove è trattato il nostro tema. Veramente, da questo testo risulta che è lo stesso Dio a parlare in prima persona, ma si capisce che egli si rivolge appunto a Mosè, il quale avrebbe quindi in seguito trascritto questo insolito colloquio. Il contesto consiste in tutta una serie di prescrizioni che la divinità ordina debbono essere eseguite. Si tratta di comandi e divieti, prescrizioni relative a ciò che il popolo doveva e non doveva fare, principalmente per quello che riguardava l’alimentazione e le varie pratiche rituali del culto che i fedeli erano tenuti ad osservare.
Tra le tante indicazioni da seguire, appunto, anche la celebrazione del Giubileo. Il quale rientra a sua volta in un più articolato e assai singolare sistema di conteggio del tempo. Cioè a dire, il tempo che scorre viene scandito sulla base di un numero fisso, che è il sette. Viene così ad esserci il «sabato», ogni sette giorni, in cui Dio obbliga tutti a riposare. Poi viene prescritto l’«anno sabatico», ogni sette anni, che è l’anno di riposo per la terra, periodo durante il quale è perciò vietato lavorare i campi. Infine c’è l’«anno del Giubileo», ogni «sette settimane di anni», ossia ogni «sette volte sette (49) anni». E qui la prescrizione si fa più articolata, ma perciò stesso anche più interessante per la nostra curiosità. In primo luogo, come quello sabatico, anche il cinquantesimo anno - «santo» e «sacro» - dev’essere dedicato al riposo della terra, per cui è proibito seminare: «mangerete quello che la campagna produce spontaneamente», ordina il Signore. Inoltre, per questa ricorrenza sono previste anche tutta una serie di misure per così dire economiche, le quali colpiscono perché - pur con le dovute cautele - fanno pensare senz’altro, almeno per alcuni aspetti, ad un’antica, inedita forma di socialismo del Dio biblico. Il quale impone infatti di proclamare il Giubileo «anno di libertà nel paese per tutti i suoi abitanti». Occorrendo sottolineare che non si tratta di una libertà puramente formale, cioè semplicemente interiore, come pure ci si aspetterebbe dal contesto in cui ci troviamo. Al contrario, la regole istituite per questa circostanza sono tali da incidere materialmente, cioè concretamente, sulla vita economica e quindi sociale degli individui.
Per venire al dunque, nel periodo dell’anno giubilare viene prescritto che tutti hanno il diritto di rientrare in possesso della propria terra, qualora l’abbiano in precedenza eventualmente venduta per un qualsiasi motivo. L’istituzione di questo «diritto di riscatto» delle terre è dunque a favore dei vecchi proprietari, e per esso chi vende sa che al prossimo Giubileo, se non lui i suoi eredi, si riprenderà indietro ciò che era suo. Insomma, al posto della tradizionale compravendita, al posto e contro la legge per così dire naturale del mercato, viene prevista questa forma di affitto a lunga scadenza. Certo, questo lo sa anche chi compra. Per quest’ultimo la legge si limita a stabilire che il prezzo del suo acquisto varierà in funzione del periodo in cui avviene lo scambio, ossia sarà tanto più alto quanto maggiore è il tempo che dovrà trascorrere per il Giubileo successivo. In ogni caso poi, a quella scadenza, egli sarà tenuto a restituire al vecchio proprietario il terreno che aveva comprato, o piuttosto appunto affittato. Così il Signore spiega queste sue prescrizioni: «Non si vendano le terre per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me soltanto come forestieri e ospiti». Fatte ovviamente le dovute proporzioni, ci troviamo qui senza dubbio di fronte a un Dio che proclama il principio di inalienabilità della terra, la quale viene considerata un diritto naturale di tutti; o, se si vuole, che non deve appartenere a nessuno. Un Dio che a tale scopo si pone così contro l’accumulazione della proprietà fondiaria, e che sancisce giuridicamente questo divieto appunto con l’istituzione del Giubileo. Certo, evidentemente dal testo biblico non si possono trarre motivazioni o fini politici e sociali come li intendiamo oggi; ma, nella concezione che emerge da quanto appena visto, è chiaro e netto l’indirizzo a favore di una forma di uguaglianza e di giustizia, di democrazia insomma, e una forma realmente concreta, economica e sociale, di democrazia. Il che, per quei tempi, evidentemente non è poco. Una concezione tale per cui, a chi abbia un pò di familiarità con Rousseau o Marx, per quanto paradossale possa sembrare, il paragone vien da sé.
Ma questo non è tutto. C’è anche il rovescio della medaglia. Inoltre infatti, il Signore prescrive al suo popolo che per il Giubileo vengano rimessi anche i debiti. E si badi bene, ancora una volta, i debiti reali, quelli economici verso gli altri uomini, e non quelli morali verso Dio. Nella fattispecie, se un membro della società, per questo motivo, si riduce in schiavitù, allora viene stabilito che con l’anno giubilare costui tornerà in libertà. Il che è notevole anche questo; sebbene certo, ogni cinquant’anni; chissà, con questo sistema, nel frattempo quante generazioni di schiavi saranno comunque tali per tutta la vita. Ma non è tanto questo, quanto piuttosto il fatto che in più, poi, sempre a proposito della schiavitù - questa ben determinata categoria economica dell’antichità - viene aggiunta una precisazione, e cioè che questa regola della liberazione vale solo per gli schiavi ebrei. « Il servo o la serva da tenere a tuo servizio - è sempre il Signore che parla a Mosè - li comprerai tra le genti circonvicine. [...] Questi servi saranno vostri in perpetuo, e li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro possesso, e saranno per sempre servi vostri ». E con ciò siamo di fronte a una concezione esattamente opposta rispetto alla precedente, che rivela una patente contraddizione di Dio con sé stesso, o quantomeno di chi per lui ha redatto il testo che abbiamo citato. È evidente comunque che, chiunque sia stato a scrivere quelle parole, si capisce che l’ha fatto proprio allora, quando la schiavitù era un ordinamento assai diffuso nelle società, e appariva come un’istituzione pressoché naturale, per cui non suscitava evidentemente nessuno sconcerto o scandalo di sorta.
E questo è insomma il contenuto originario di quel Giubileo che celebriamo ancora oggi. Il quale nostro, certo, pur avendo analogie con quello, ne differisce però negli aspetti più sostanziali. In primo luogo il Giubileo noi lo osserviamo realmente, mentre quello ebraico non è storicamente accertato che essi lo abbiano mai realmente attuato, né così come lo prescrive il testo sacro, né in altro modo. Si sa che essi osservavano l’anno sabatico, ma fino a quando non vennero invasi e conquistati dai Romani, circa duemila anni fa, con il che anche questa usanza si estinse. E a tutt’oggi gli Ebrei non osservano più che il sabato.
Un’altra differenza evidente, poi, sta nell’origine stessa del nostro Giubileo. Mentre quello degli Ebrei lo abbiamo visto essere stato istituito direttamente da Dio, presso di noi è stato invece un Papa a farlo, e precisamente Bonifacio VIII, nell’anno1300. Un Papa di quelli che hanno fatto storia, anche perché è l’epoca stessa ad essere caratterizzata da profondi mutamenti. Siamo agli sgoccioli del Medioevo, una fase di passaggio che segna la rottura con i quasi mille anni di storia trascorsi. Un momento drammatico in ogni caso, soprattutto per la Chiesa, che ha rappresentato uno dei poteri forti per tutto il lungo corso di questi secoli. Com’è noto l’epoca medievale è dominata dalla presenza delle due istituzioni universali, l’Impero e il Papato, continuamente alleati e allo stesso tempo in perpetuo conflitto tra loro per la pretesa supremazia dell’uno sull’altro. Evidentemente non possiamo soffermarci qui sui particolari di questa storia, senz’altro istruttiva e per molti versi scandalosa. Diciamo che quello di Bonifacio è l’ultimo tentativo di restaurazione dell’ideale teocratico, quello che sancisce appunto la priorità del potere spirituale su quello temporale, in questo caso pretesa nei confronti del re di Francia Filippo il Bello. Tentativo però fallito, concluso con l’umiliazione del Pontefice schiaffeggiato ad Anagni poche settimane prima di morire, nel 1303, e seguito da un ulteriore periodo buio di profonda decadenza, con il trasferimento della sede pontificia da Roma ad Avignone, dove resterà per circa settant’anni sotto l’ingerenza dei re francesi.
Tutto ciò nonostante l’evento giubilare, che pure, per il grande successo ottenuto, per il risveglio dello spirito religioso che ha comportato, aveva contribuito notevolmente a ridare ossigeno alla credibilità e al prestigio della Chiesa, sanzionandone la funzione universalistica; ma evidentemente non abbastanza. Infatti sembra che il primo Giubileo cristiano sia stato istituito, come dire, a furor di popolo. Risulta infatti che la sera del 1º Gennaio del 1300 una gran massa di persone si sia radunata in S. Pietro, e così nei giorni successivi. Influenzata certamente da tutta una serie di movimenti che erano sorti in quegli anni, e che premevano per un cambiamento della Chiesa, questa moltitudine cercava un segnale di rinnovamento, che concretamente si traduceva nella richiesta di un perdono straordinario, ossia generale, per tutti. Sicché il Papa, di fronte a tale situazione, pensò bene appunto ad un Giubileo universale, che egli istituì e concesse con una bolla emessa nel Febbraio di quello stesso anno. Il suo decreto prevedeva che l’avvenimento avrebbe dovuto ricorrere ogni cento anni, ma tale scadenza fu poi modificata dai papi successivi, prima ad ogni cinquant’anni e poi a trentatre, finché da ultimo, nel 1470, fu fissata definitivamente ad ogni venticinque anni, com’è usanza ancora oggi.
Per venire poi alle analogie del nostro Giubileo con quello ebreo, schematicamente, si possono ricondurre al nome, che è certamente tratto dal contesto biblico di cui sopra; e il fatto che anch’esso, come abbiamo visto, si celebra alla scadenza di un tot numero di anni che si è stabilito debbano trascorrere. Infine, c’è anche un altro tratto comune, che rappresenta però al tempo stesso la differenza di fondo. Sarebbe a dire che anche il Giubileo cristiano consiste in una forma di remissione dei debiti, ma che proprio nella natura di questi ultimi sta la sua diversità sostanziale rispetto a quello ebraico. Il quale abbiamo visto prevedeva l’estinzione dei debiti realmente materiali, quelli concretamente economici. Per il nostro Giubileo invece si tratta di debiti spirituali, ossia le colpe morali, i peccati, la cui remissione consiste propriamente in tutta una serie di rituali, finalizzati appunto ad ottenere l’indulgenza e il perdono. Il fedele è tenuto a fare un determinato numero di visite in determinate chiese, insieme ad un determinato numero di confessioni, penitenze, digiuni, comunioni, offerte e quant’altro. Nemmeno a dire come da qui prese forma lo scandalo di quel vero e proprio mercato delle indulgenze, contro il quale si scaglierà Lutero due secoli più tardi. Ma il punto focale è che mentre quello ebraico, almeno nelle intenzioni, andava ad intaccare concretamente la condizione di esistenza degli uomini, in quanto incideva direttamente sulla loro vita sociale; il nostro Giubileo si risolve invece tutto nell’ambito dell’interiorità, nella coscienza; insomma, nella sfera privata dell’individuo, dove può accadere di tutto, senza però che in realtà, cioè nella concreta vita quotidiana, cambi veramente nulla. Il che, certo, è coerente e conseguente con la natura religiosa del fenomeno di cui stiamo trattando. Casomai, quello che invece colpisce è proprio l’elemento ‘rivoluzionario’ che si rintraccia nella concezione del Giubileo ebraico; il quale infatti, guarda caso, non è mai stato osservato.


Filosofia del lavoro



A qualcuno che chiedesse che cosa o chi sia l'uomo, c'è una definizione che per rispondergli calza a pennello: l’animale che lavora! Già, è proprio questo che siamo. È probabile che sentire una cosa del genere può lasciare un po di sconcerto, almeno sulle prime, senza aver ascoltato il seguito. E ci sarà anche chi, a udire quelle parole se ne risentirà subito, pensando che l'uomo sia tutt'altra cosa, e tanto meno un animale! A ragione, in parte, perché in effetti l'uomo non è solo un essere lavoratore, bensì anche tante altre cose, e anzi che sia il più possibile tante cose differenti! Però ciò non toglie una virgola al fatto che la natura specifica di noi altri, la nostra vera essenza, sia proprio il lavoro, quella proprietà attiva e attività propria che veramente ci rende così unici rispetto agli altri esseri. E il lavoro è così essenziale in quanto tutti gli altri caratteri della nostra umanità, anche quelli più elevati, non sono che una sua derivazione conseguente. Perciò è proprio questa l'attività che ci differenzia realmente dagli altri animali. Infatti quella che abbiamo dato dell'uomo è una definizione logica a tutti gli effetti, in quanto contiene sia la sua appartenenza al mondo animale, ma sia anche l'attività peculiare sua propria che lo distingue tra tutti, quella che solo lui svolge. Perché, come sarà presto chiaro, gli altri animali non lavorano affatto, come forse potrebbe sembrare a prima vista; piutttosto erano gli uomini che, prima di iniziare a lavorare, vivevano alla loro stregua.
Certamente si può dire che l’uomo si distingue per molte e ben altre cose dal resto degli animali, ed è vero. Basti considerare l’intelligenza, lo "spirito", il linguaggio, la stessa costituzione del corpo. Rispetto a tutti gli altri egli possiede quelle qualità sue che lo distinguono, come il pensare, il parlare, l'avere i piedi per camminare, quindi l'usare liberamente le mani. A questo proposito ecco un'altra definizione valida di uomo, enunciata già nell'antichità: l'animale bipede. Perché in effetti anche i piedi ci distinguono, essendo qualcosa di cui solo noi disponiamo; li abbiamo sviluppati per la nostra andatura eretta, a differenza dei quadrumani che hanno continuato a vivere sugli alberi. Ma questa, per quanto così importante, non è che una di quelle circostanze che tutte insieme hanno stimolato il volume del nostro cervello a crescere. Tutte circostanze indispensabili all'evoluzione umana, che sono però ancora solo i presupposti naturali, cioè necessari, affinché si verificasse il fatto principale di questo essere che, ad un certo punto, si inventa di mettersi a lavorare. Perché evidentemente non è che l’uomo l'abbia sempre svolta, tale attività. Egli doveva essere adatto per questa cosa, è ovvio, ed è la Natura stessa ad averlo disposto a ciò. Tutto il resto però, tutto ciò che ha seguito quel fatidico momento in cui ha iniziato a farlo, tutte quelle "cose" che differenziano e caratterizzano l’uomo in quanto tale - come l’arte, la religione, la filosofia, la scienza, il diritto, la morale, la politica, l’economia e quant'altro si vuole - non sono che conseguenza, risultato, frutto dello sviluppo del lavoro umano. Il quale appunto perciò ha avuto ed ha un ruolo così centrale in tutto ciò che riguarda le vicende della nostra specie, tanto nella realtà pratica presente, quanto nella comprensione teorica della storia passata. E si badi che questo discorso ha una validità indipendente rispetto a come sono strutturati i rapporti sociali che organizzano il lavoro; cioè vale in ogni caso prima di tutto, tanto che si tratti del rapporto antico dello schiavo che lavorava per il padrone, quanto di quello attuale del lavoratore salariato che lavora per l'imprenditore. Qui si tratta insomma di filosofia del lavoro proprio nel senso di una forma di sapere che precede e caso mai anticipa, per il lavoratore ovviamente, la battaglia sindacale e politica. Perché solo sapendo in realtà cos'è, il lavoro, allora si capirà a dovere quanto il suo com'è sia sempre stato e sia tuttora così ignobile.
Ma andiamo per gradi. L’uomo non ha sempre lavorato, dunque. Anzi in realtà, rispetto a quando come genere è comparso sulla faccia della Terra, due-tre milioni di anni fa, ha iniziato a farlo decisamente molto tardi! Prima ha dovuto percorrere un lungo processo di ominazione, evolvendo attraverso specie distinte di ominidi, che sono man mano estinte, fino al nostro genere attuale, che è datato centomila anni circa. E sebbene in questo lunghissimo frattempo abbia fatto comunque degli enormi progressi, non ha però preso a lavorare in senso proprio che molto più tardi ancora, cioè da otto-diecimila anni appena. Vedere un attimo come e perché è successo servirà anche a capire che cos’è, alla fine, il lavoro. Allora, come ha fatto il genere umano a vivere per milioni di anni senza lavorare? Praticamente per tutta la preistoria, che è di così tanto più lunga durata della storia? Ebbene, ha fatto né più né meno proprio come gli altri animali, sfruttando cioè le risorse fornite direttamente dall’ambiente naturale. Così le sue attività principali erano la caccia e la raccolta, praticate rispettivamente dagli uomini e dalle donne. Dunque esattamente con gli stessi comportamenti di ogni altro essere che deve darsi da fare per cercare in qualche modo di sopravvivere. Per questo non si può dire che l’uomo abbia lavorato, allora, appunto perché il suo stile di vita non si differenziava ancora sostanzialmente da quello degli altri animali. Egli si limitava a fruire di ciò che la Natura gli metteva immediatamente a disposizione: selvaggina, pescato o frutti spontanei della terra che fossero. Eppure, durante il lungo corso dei milioni di anni trascorsi dalla loro comparsa, in cui vivevano in pratica come gli altri animali, gli uomini non hanno per questo smesso di evolversi; e, anche se molto lentamente, hanno progredito di continuo, da tutti i punti di vista. Prima di tutto l’uomo è cambiato nell’aspetto. Già dal punto di vista anatomico-fisiologico, il corpo ha subìto un'evoluzione sorprendente, se paragonato a quello degli altri Primati. Infatti i piedi, le mani, la configuazione del bacino, l'innesto verticale della testa rispetto al collo: sono tutte modificazioni rese necessarie dall'andatura eretta. Ma la modificazione principale che riassume tutte le altre è stata senz'altro l’aumento della capacità cranica, vale a dire del volume del cervello, il quale è praticamente raddoppiato dai più o meno 700 cm cubi originari ai 1400 attuali. E non solo all'uomo è cresciuto l'organo della conoscenza, ma gli si sono anche ingentiliti i lineamenti del volto! Per quello che riguarda invece il progresso tecnico, fin dalla sua prima comparsa il genere umano ha fatto uso di pietre scheggiate, ciottoli resi rozzamente taglienti da un lato, impugnati a mano e adoperati per tutti gli scopi possibili, come colpire le prede, trinciare la carne, tagliare rami, scavare il terreno, eccetera. L’esistenza di questo solo strumento e le relative, limitate attività che esso permetteva, si protraggono per moltissimo tempo. La prima svolta importante si è avuta con il controllo e l’uso del fuoco, datato ad almeno 400.000 anni fa, perché questa è l’età del focolare più antico rinvenuto finora, trovato in Cina. Le conseguenze di questa scoperta o invenzione sono state evidentemente numerose e notevoli. Si pensi solo che prima di allora gli uomini erano esposti al buio e al freddo, ancora non potevano abitare le caverne, né potevano essere in grado di cuocere il cibo. Prima ancora della comparsa della nostra specie si producono poi anche i primi utensili specifici per la lavorazione delle pelli, nonché le prime armi, asce e lance, costituite di pietre ammanicate al legno. In seguito ancora, a partire dai centomila anni fa, gli uomini hanno cominciato a utilizzare nuovi materiali, come l’osso e il corno, per produrre vari utensili quali aghi, coltelli, arpioni. Inoltre hanno anche inventato l’arco, la prima arma a propulsione, che nei suoi princìpi e meccanismi resterà inalterata fino all’invenzione delle armi da fuoco. Dal punto di vista culturale, infine, si sviluppa e allarga pian piano la struttura e l’organizzazione sociale dei gruppi umani, insieme alle prime forme d’arte e di religione.
Resta il fatto però che fino agli otto-diecimila anni fa di cui dicevamo, nonostante i passi avanti fatti nel lungo frattempo, certamente non si può dire che gli uomini lavorassero ancora. Perché ciò si verificasse, perché si segnasse questa svolta epocale, del cominciamento dell’attività propriamente lavorativa dell’uomo, era necessario che egli mutasse, e anzi capovolgesse il suo ruolo nei confronti della Natura, fino ad allora passivo come quello di ogni altra specie animale. Ma a tale scopo egli doveva per prima cosa compiere un'operazione conoscitiva, scoprire cioè un qualche segreto della Natura, comprendere i meccanismi e le leggi che la regolano. Eh sì, poiché solo così e solo con ciò avrebbe potuto dominarla e piegarla ai suoi scopi, sfruttandola a proprio vantaggio. Ecco quindi cos’è il lavoro: un rapporto attivo dell’uomo con la Natura. Rapporto che si configura in una sorta di superamento della Natura stessa, un andare in qualche modo al di là o al di sopra di essa; perché appunto arrivando a conoscerla, è diventato capace di modificarla e sfruttarla a comodo suo. Così il lavoro esprime al tempo stesso tanto la natura propria degli uomini, scaltri e intelligenti, quanto una sorta di umanizzazione della Natura; la quale, sebbene sempre obbediente a sé stessa e alle sue leggi, però si piega al dominio del sapere e del volere umano.
Ma infine qual’è stata la prima, decisiva scoperta? Quella dell’agricoltura! Una vera, anzi la prima grande rivoluzione della storia umana. E sono state le donne a farla, guarda un po, appunto diecimila anni fa circa. Loro che, addette alla raccolta, a quel punto si sono rese conto come, piantando un seme e curandolo adeguatamente, la terra produceva una nuova pianta con gli stessi semi, in un ciclo continuo. Potrà sembrare banale, ma è stato un momento veramente epocale, per davvero l'evento che ha segnato l'inizio della nostra vicenda storica. Anzi, si può ben dire come esso abbia segnato il passo, o meglio il salto, dalla preistoria alla storia. Perciò si parla giustamente di rivoluzione agricola, perché è questa l’attività che ha costituito da allora in poi la base fondamentale di tutto il nostro sviluppo economico e sociale. Così si capisce perché dire che il lavoro è l'uomo significa che per lui esso è la vita. Perché con l'avvento di tale attività gli uomini provvedono alla produzione dei mezzi necessari alla loro sussistenza. Essi non devono più andare a cercare qua e là, affidandosi alla prodigalità della Natura, perché attraverso il lavoro ora producono direttamente ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere. C’è da aggiungere che, insieme all’agricoltura, si è poi sviluppata parallelamente un’altra attività essenziale che si può definire altresì lavorativa, ossia l’addomesticamento e l’allevamento degli animali. Così, in definitiva, è con la trasformazione delle donne raccoglitrici in contadine, e con quella degli uomini cacciatori in pastori, che il genere umano ha inaugurato effettivamente il proprio nuovo, inedito stile di vita. Stile che poi è praticamente rimasto immutato per migliaia di anni, fino a soli due secoli fa, quando una nuova rivoluzione del genere, quella industriale, farà la sua comparsa sulla scena della storia, modificandone di nuovo radicalmente il corso.
Già da queste concise affermazioni si capisce cos'è il lavoro, e perché costituisca quindi la base reale, concretamente materiale, del mondo umano. Infatti è attraverso la sua organizzazione e realizzazione che si ordisce la trama dei rapporti sociali, sia degli uomini fra di loro, che tra loro e la Natura. Guardiamoci attorno. Tutto quello che vediamo, a parte la Natura stessa, è prodotto del e dal lavoro umano. Perciò si tratta della nostra attività realmente principale e vitale. Certo, è sempre la Natura a fornire le materie prime e l’energia; solo che nel suo rapporto con essa, l’uomo non è più semplicemente passivo, affidandosi a essa come gli altri animali, bensì la conosce, impara e si dà da fare attivamente per trasformare e utilizzare con profitto tutte le sue risorse. Lavora, appunto. Poi, com'è che il lavoro si sia sempre rivelato per il lavoratore la cosa più dannosa e funesta, è un altro discorso! Tutto si deve al fatto che l'uomo, dopo aver preso a sfruttare la Natura, ha ben presto pensato di sfruttare i suoi simili. E siccome il lavoro crea ricchezza, non è mai è mancato chi in un modo o nell'altro ha pensato bene di appropriarsene a spese degli altri. Una volta lo si faceva con la forza bella e buona, mentre oggi lo si fa con più "liberalità", attraverso il denaro!