giovedì 25 dicembre 2008

Liberi tutti

Libertà? Sì certo, grazie! Ma che sia libertà vera, però, cioè che sia giustamente la stessa per tutti. E quindi non com'è ad esempio la libertà politica, il Diritto di Stato, la cui legge è sì uguale per tutti, e però di fronte ad essa non siamo affatto tutti uguali, poiché alcuni lo sono sempre stati più degli altri. Chi? Quelli che tali leggi le hanno fatte e le fanno! Perché l'istituzione e introduzione delle leggi scritte hanno avuto un destino analogo a quello avuto con l'istituzione manicomiale! Nel senso che all'inizio hanno rappresentato entrambe un notevole movimento di progresso: la legge scritta rende oggettivo il diritto-dovere di tutti, così che impegna anche chi la promulga ad osservarla, laddove prima era tutto a dicrezione delle parole di chi deteneva il potere; così come il manicomio inizialmente ha significato la distinzione del paziente psichiatrico dal criminale comune, col quale fino ad allora finiva invece rinchiuso in carcere. Solo che ben presto, in entrambi i casi, quello che era un iniziale fattore di importante progresso si è trasformato nel suo contrario, in uno strumento di dominio e oppressione, sia dei cittadini da un lato, che dei malati di mente dall'altro. Che cos'è stato infatti sempre il Diritto, dai Romani che l'hanno inventato in poi, se non il diritto della forza dello Stato? Ma non è solo lo Stato, anche quello liberale attuale, ad essere in realtà oppressivo, bensì lo è anche quella libertà economica del liberal-liberismo che gli si contrappone, la libertà di una "democrazia di mercato", la quale è del tutto parziale, solo di coloro che detengono il denaro, i quali non rappresentano certo la maggioranza. E che dire infine anche della libertà di coscienza, richiesta a gran voce dai preti, affinché i loro fedeli possano continuare a professare senza restrizioni il loro proprio credo religioso? Non è forse una libertà di mentire da una parte, e di farsi ingannare dall'altra? Per dire insomma che un conto è la forma, ma un altro è la sostanza. O sia che la libertà attuale di cui godiamo, pur già così importante e conseguita a tanto caro prezzo, è tuttavia ancora ben lontana dall'essere compiuta. Non è per niente, questa, la migliore delle libertà possibili! Che dire infatti della libertà dallo Stato, o dal denaro, o da Dio, - nonché dai rispettivi uomini che li rappresentano? Che dire di liberarci di tutte queste "libertà" che abbiamo conquistato finora? D'altra parte sappiamo che la vera libertà, una democrazia economica e politica autentica, il dominio di una giustizia concreta, e non solo a parole, sono difficili anche solo da pensare, e rappresentano piuttosto un puro ideale regolativo, più che un elemento costitutivo e verificabile della realtà. Il massimo livello di libertà che l'umanità ha perseguito finora sono quelle forme di cui sopra, e il problema sta proprio nel trovare un modo praticabile di abrogare e superare la loro spudorata parzialità. Molti naturalmente inorridiscono già alla sola idea di una libertà più concreta di questa, che soppianti quelle forme semplicemente formali di oggi. Per altri invece potrebbe anche significare qualcosa di bello, se si vuole, e però irrealizzabile, impossibile da attuare; che potrebbe anche essere giusto in teoria, ma non valido per la pratica. Insomma, qualcosa che tutt'al più, come fanno i credenti, si può magari sperare di trovare in "cielo", un'altra volta, e non certo qui, ora, sulla Terra! E sembra poi la storia stessa ad insegnarci e confermarci questa nota pessimista. Infatti i pensatori che più di tutti hanno teorizzato quest'idea di una libertà concreta uguale per tutti, Rousseau e Marx, hanno entrambi ispirato altresì le due grandi rivoluzioni, in Francia e in Russia, il cui esito sta appunto lì a dimostrare l'inattualità di certe idee, le quali nella pratica vedono sistematicamente fallire il loro scopo. A parte che ora perlomeno abbiamo capito che una "rivoluzione" non può riuscire solo con la violenza e l'ignoranza del popolo.
E tuttavia anche se fosse così, anche se è andata in questo modo, anche se quell'idea di libertà non fosse dunque altro che questo, cioè un'idea e basta, pure essa esiste e resiste ancora, in tutta la sua logica stringente. D'altra parte ci sono ben altre idee che, come per esempio l'idea di Dio, pure esiste e resiste ancora da ben più vecchia data, e in questo caso anche con molta minor logica! Quindi non c'è proprio niente di strano se quell'idea di libertà come liberazione si presti ottimamente anche oggi per la critica radicale di ogni realtà sociale che vada negata e modificata. Né mancano certo esempi di casi in cui la libertà non si possiede ancora, bensì la si deve piuttosto conquistare ancora. Quindi, se non altro per tale sua funzione anche soltanto regolativa, quell'idea può essere benissimo un movente determinante dell'azione, qualcosa a cui tendere, uno scopo da perseguire, un valore da attuare. Un fine che si rincorre anche non sapendo se e quando mai sarà possibile da raggiungere e attuare. Che però, quando realmente fine a sé stesso, ha un vero proprio valore etico, oltre che sociale. E come tale, al limite, quel fine può anche essere indifferente alla sua realizzazione pratica, perché si impone lo stesso, e anzi proprio per questo, quasi come un incondizionato dovere. Un dovere però non comandato dall'esterno da qualcun altro, bensì libero, che siamo noi stessi ad imporci; e facendolo in cambio di niente, o sia appunto per sé stesso e non solo per noi, né per altro. Semplicemente perché è logico, giusto e bello così.

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Cos’è la libertà, qualcosa che si ha, che si è, che si fa, oppure che si vuole? A prima vista sembra che ho la libertà di essere libero quando posso fare ciò che voglio, in assenza di impedimenti esterni. E va bene. Ma, come si è chiesto Schopenhauer, sono altresì libero di volere ciò che voglio? O il mio volere non è piuttosto già predeterminato dal mio modo di essere; quello che, senza averlo scelto, mi ritrovo ad avere? E in tal caso allora, che libertà sarebbe? Esattamente come se la libertà del baco da seta fosse quella di filare, per riprendere questa volta un'espressione di Nietzsche, un altro che se l'è presa contro la pretesa libertà del volere! E in effetti anche questa forma di libertà, detta anche libertà morale, è quantomeno sospetta, se non altro perché sono i preti e la maggior parte dei filosofi ad averla predicata! Già a cominciare da Agostino per esempio, "santo" e primo grande filosofo cristiano, il quale sosteneva a proposito della libertà una singolare ipotesi: che in pratica noi saremmo liberi, sì, ma di non altro che peccare! E cita il caso di Adamo, il quale a suo avviso sarebbe divenuto libero solo con il compimento del "peccato originale", mentre prima non lo era. Appunto a sottolineare come la libertà sia in pratica volere ciò che non si può, ciò che è proibito. Adamo infatti, prima della "caduta", voleva solo ciò che poteva, perché tutto era permesso, e dunque poteva tutto ciò che voleva. E questo significava, appunto secondo Agostino, agire in completa assenza di libertà! Appunto perché in tali singolari circostanze nemmeno la possibilità di scelta è resa possibile! Solo nel momento in cui mangia il "frutto proibito" Adamo compie il primo atto di libertà, consistente appunto nel disobbedire al comando e trasgredire il divieto. Il ragionamento è certamente contorto, ma non senza essere illuminante, anche sulle conseguenze che comporta. In questo modo infatti la libertà, quale facoltà di peccare, viene immediatamente connotata e concepita come "responsabilità morale": se sei libero di agire nel peccato allora rispondi delle tue azioni, e ne paghi le conseguenze. Di qui il giudizio, la condanna e la pena per i liberi peccatori! Insomma, una concezione morale tipica, questa cattolica, dove c’è un Dio che prima detta il comando-comandamento, con il quale in genere proibisce qualche cosa; poi, attraverso i suoi preti, giudica tutto quello che succede, e castiga o premia chi ha obbedito o meno agli ordini "morali"! Decisamente più attendibile è allora la molto più tarda teoria opposta, secondo la quale non saremmo invece affatto liberi di volere quello che vogliamo, bensì appunto costretti, dal nostro carattere e dalle nostre inclinazioni naturali, che non sono dipendenti da noi più di quanto lo sia ad esempio il nostro aspetto. In questo senso risulta così che siamo perfettamente innocenti dal punto di vista morale. Possiamo essere colpevoli, imputabili, condannabili e punibili solo legalmente, pur con tutte le riserve che si possono fare anche a questo proposito. Ma di sicuro non hanno alcun senso né il giudizio morale, né il premio o castigo che siano; né, insomma, l'ufficio dei preti e le loro invenzioni in questa materia. Tutto sommato, come si vede, la negazione della presunta "libertà morale" si rivela una bella liberazione!

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Di solito si dice che la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri. Il che dà evidentemente il senso del limite e della limitazione di tale condizione. E però c'è stato Bakunin, il noto esponente dell'anarchismo russo, che su questo argomento ha visto più lontano di così, sostenendo che invece la libertà di ciascuno inizia solo con e attraverso quella degli altri. Nel senso che solo l'altrui libertà è condizione e garanzia della mia, per cui nessuno sarà in diritto di ritenersi libero finché altri saranno ancora in schiavitù. Non è molto ben e bel detto?

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