Il mito rappresenta la prima forma di concezione e spiegazione del mondo che gli uomini si sono dati. Tutte le civiltà primitive hanno prodotto e utilizzato i propri miti, che infatti esistono numerosissimi. Quella mitica si può ben definire l'epoca infantile dell'umanità, che precede e supera di gran lunga in durata l'era propriamente storica. I miti sono infatti comparsi molto prima della scrittura, e venivano tramandati oralmente da una generazione all'altra. Non si sa di preciso quando e da chi sono stati creati, perciò sono considerati un patrimonio sociale, prodotto comune di tutto il gruppo cui appartenevano.
Ma che cos'è un mito. Si tratta di un racconto, molto fantasioso, che in genere narra di vicende che si presumono accadute in un passato lontanissimo. Più precisamente, ogni mito di solito sviluppa una storia sull'origine di qualche cosa, e per quanto siano tanto numerose e anche distanti geograficamente, è però sorprendente vedere come molte narrazioni mitiche si riferiscano così di frequente agli stessi elementi dei medesimi fatti. La maggior parte dei miti muove infatti dalla descrizione di un caos (disordine) primordiale, originario, cui segue la descrizione del passaggio al cosmo (ordine), ossia la nascita del mondo, la generazione degli dèi e degli uomini. Agli dèi viene poi assegnata la creazione praticamente di tutte le cose. Dai fenomeni naturali, quali il vento, la pioggia, le calamità, ecc.; agli stessi oggetti della natura: corpi celesti, montagne, fiumi, ecc.; o ancora ai prodotti dell'ingegno umano, come l'uso del fuoco, l'agricoltura; fino agli stessi sentimenti e stati d'animo umani, come il coraggio o la paura, il piacere o il dolore, eccetera. L'intera realtà veniva dunque intesa e spiegata in base all'azione di queste numerose e variegate divinità, le quali nella vicenda mitica trovavano una loro sistemazione coerente. Per rendersi conto della cosa, che a noi può apparire sorprendente, bisogna capire la particolare natura della mentalità arcaica. In realtà l'uomo primitivo viveva in un certo senso alla rovescia, comportandosi più o meno allo stesso modo di un bambino, semplicemente perché era questo lo stadio raggiunto dal suo sviluppo evolutivo. Come i bambini attribuiscono spesso ai loro giocattoli un'esistenza reale, ulteriore a quella del loro essere semplici oggetti, senza distinguere così le loro fantasie dalla realtà effettiva; così per molti aspetti gli uomini "selvaggi" delle origini. I quali animizzavano tutti gli aspetti della loro esperienza, cioè assegnavano una vita propria, indipendente, ad ogni evento, intorno e dentro di loro, considerandolo in balìa di forze misteriose. In breve, essi stravolgevano la realtà, e condizionavano la loro esistenza in base a tale visione distorta. Proprio come i bambini nei primi anni della loro vita, gli uomini preistorici non possedevano chiara la distinzione tra sé stessi e la natura, né riuscivano a considerare la loro vita psichica come qualcosa di proprio. Credevano invece che tutto ciò fosse creazione e azione degli dèi. Per compensare la loro ignoranza su ogni cosa essi divinizzavano ogni cosa, attribuendola appunto all'opera e alla volontà di queste figure mitiche.
Nemmeno a dire poi che questi dèi siano stati per così dire rivelati. È evidente infatti come sono stati proprio loro, gli uomini, ad averli inventati, ad un certo punto della loro storia, solo per dare un senso alle cose. E proprio in quanto frutto della fantasia i miti sono giustamente considerati un prodotto di arte poetica vera e propria. Né è un caso che gli dèi primitivi siano stati concepiti a immagine e somiglianza dell'uomo. Non solo il loro aspetto fisico, ma anche il carattere, i sentimenti contrastanti, i comportamenti, venivano considerati tipicamente umani. Erano uomini idealizzati, certo, modelli di umanità, superiori in bellezza e forza, ma che avevano anche i difetti degli uomini reali, come la volubilità, l'ira, la vendetta, l'invidia, eccetera. Erano dèi antropomorfi, dunque, o sia appunto a forma di uomini. I quali dèi, oltre ad essere considerati gli agenti della vita interiore, venivano soprattutto proiettati negli oggetti esterni e nei fenomeni naturali, come gli attori di tutte le cose. Di qui quella personificazione della natura propria e caratteristica di tutte le culture primitive. Da qui, diciamo pure, l'origine della superstizione, la credenza in queste forze misteriose, insieme alla convinzione che si potessero però controllare e dominare in qualche modo con i dovuti riti propiziatori, culti, sacrifici e quant'altro. Da qui anche, infine, la comparsa di quegli individui specializzati in tali pratiche, vale a dire maghi, stregoni, sciamani, sacerdoti, ecc., uomini che si dedicano esclusivamente a mediare i rapporti tra i membri della comunità e gli dèi, e che proprio perciò assumono fin da subito un ruolo sociale di deciso rilievo.
Ma non per questo il mito non è stata una cosa seria. Al contrario, esso ha rappresentato la cultura e il sapere di quel determinato popolo che in quella determinata epoca lo ha prodotto e fatto proprio. Certo, la sua caratteristica principale era il contesto sacrale, l'impostazione magico-religiosa, ma è rilevante altresì la funzione sociale, educativa e morale, che esso ha assolto all'alba della civiltà. Il mito era un racconto fantasioso, sì, che però, a differenza del romanzo o della favola, pretendeva di dire la verità, e ad esso bisognava credere e aderire con fiducia. Il mito aveva la duplice funzione di spiegazione della realtà e insieme di legittimazione, garanzia della validità di tale spiegazione. Ha avuto quindi la sua ragion d'essere, è ovvio, per cui era praticamente impensabile e impossibile sottrarsi al suo dominio, se non al prezzo di essere quantomeno giudicato reo, ma anche cacciato dalla comunità, o addirittura giustiziato. Inutile ricordare infine come la mitologia classica originaria della nostra cultura sia stata quella degli antichi Greci. I famosi dèi dell'Olimpo, ripresi in seguito di sana pianta dai Romani, i quali si limitarono praticamente soltanto a cambiar loro il nome.
martedì 20 gennaio 2009
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