mercoledì 21 gennaio 2009

Morale e morali


I preti dicono che un ateo materialista è per forza un individuo immorale, il che è ovviamente falso. A meno che non si assuma il presupposto che una morale senza Dio sia impossibile. Laddove questo è però proprio ciò che qui si nega. E dove al contrario si oppone che una morale, se prorpio la si vuole, affinché sia però un minimo autentica, dev'essere come minimo senza Dio! È evidente che non c’è accordo unanime su cosa sia, la morale, e come dev’essere un’azione umana perché si possa dire che abbia un valore veramente tale. A prima vista sembra anzi impossibile poterlo stabilire. Perché constatiamo che, proprio come con le religioni, esistono e sono esistite tante morali differenti, quante le varie civiltà e formazioni sociali che si sono succedute nei diversi tempi e luoghi della storia. E tutte quante però con una caratteristica comune, ciascuna con la stessa convinzione e pretesa di essere la sola morale valida, universale e assoluta.
Accertato questo dato di fatto piuttosto rilevante, è chiaro che nessuno può dire a un ateo che, proprio per questo suo essere così, egli è necessariamente immorale! Considerato proprio come se fosse un omosessuale! Quando è molto più probabile che sia piuttosto vero il contrario, che abbiano più moralità costoro che non i moralisti benpensanti. Anzi, guarda un po, sono proprio queste figure, l'ateo e l'omosessuale, - e a questo punto ci aggiungerei anche le donne - che hanno argomenti per contribuire a smascherare e denunciare una certa falsa morale imperante, consolidata più da una tradizione secolare e millenaria, piena di dogmi campati in aria, che non da un benché minimo valore morale autentico. Fare un bel gesto nel nome di Dio vuol dire che chi lo riceve non è che un mezzo; il che contrasta con un comportamento autenticamente di valore. Inoltre quel Dio che tu invece consideri come il fine della tua "buona" azione, in realtà, non sei che te stesso! Che infatti ti aspetti il "premio" per quello che hai fatto! E dunque, quando un senza Dio si occupa di questi argomenti, egli non può che essere di quelli che in genere guardano con sospetto le morali correnti, e anche quelle passate. Perché magari costui, invece di star dietro alle prediche domenicali su questa materia, ha preferito andare a spulciarsi i moralisti francesi, i primi che, più di tre secoli fa hanno iniziato a osservare la morale dal di fuori, isolando questo singolare fenomeno del comportamento umano dalle pastoie religiose nelle quali è sempre stato invischiato fino al collo. Ma, sempre a tale proposito, anche in seguito non sono mancati grandi nomi, più che altro tedeschi questa volta, come Schopenhauer, Feuerbach, Marx, Nietzsche e Freud. E a quel punto, a chi ha curiosato in queste cose, non gli potrà più sfuggire come dietro l’apparente esternazione della virtù, spesso, si possa annidare la sostanza silenziosa e nascosta del vizio. Inoltre si avvederà come non sia solo il fatto, bensì altresì il linguaggio della morale religiosa, a non stare in piedi, poiché si fonda su un vero e proprio abuso di significato delle parole che usano e dei discorsi che fanno. Di cui non si avvedono invece i fedeli, ingenui e sprovveduti come sono. Né, per finire, si trascurerà più che una falsa morale, dopo tutto, possa essere altresì oppressiva, strumento di dominio, e dannosa per la salute!

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Cos'è morale e cosa la morale. Ecco, si tratta di una particolare sfera o dimensione del comportamento umano, quella che si riferisce più precisamente a come fare bene ed essere buoni per gli altri. Allo stesso tempo e modo in cui si considera fare male ed essere cattivi il comportamento opposto. Ma chi o cosa, alla fine, stabilisce la morale, decide cioè quale dev'essere il bene e il male degli esseri umani? Ovviamente sono gli stessi uomini, dato che la legge morale è una legge squisitamente umana. Anche quando sono i preti a dettarla, che pure spacciano Dio quale l’autore della loro morale. Sono quindi gli stessi uomini che (si) impongono un comportamento morale, e lo fanno in genere attraverso una tavola o scala di valori, istituiti come base, e considerati quali il modello e lo scopo dell'agire. Insomma, nei valori stabiliti dal gruppo umano, ciascun membro dovrà rispecchiare la propria condotta, la quale così sarà conforme a quanto si deve. La regola è sempre la stessa: conformarsi e obbedire ai valori imposti. Il meccanismo di funzionamento è quello in ogni caso, sebbene non esista una sola e unica morale, bensì le molte morali, ciascuna con valori diversi, e anche contrastanti fra loro. Proprio come succede con le religioni che, pur nella loro diversità, credono però nello stessso Dio! A noi oggi è dato verificare quanto il fenomeno e il seno morale sia stato un fatto comune che ha attraversato tutta la storia dell’umanità, ed esso è evidente anche nelle tribù più primitive. Proprio per questo però, constatiamo al tempo stesso che nel tempo sono esistite tante morali differenti quante sono state le diverse forme di civiltà via via si sono succedute. Il che sta ad attestare la storicità, o sia appunto la relatività, nonché l'evoluzione-mutazione dei valori. Proprio il contrario di quanto sostengono le morali religiose, le quali sono convinte che sianosolo i loro propri valori, quelli che hanno valore universale, assoluto e immutabile!
Il termine morale, così come il suo sinonimo etica, in origine vuol dire "costume", nel senso di usanza, abitudine, convenzione. E in effetti il sistema dei valori, la norma di vita di ciascun gruppo sociale, esiste in genere da molto tempo, in molti casi dal presunto inizio dei tempi, tramandandosi attraverso le generazioni. Per questo ciascun individuo nel proprio gruppo la morale se la trova per così dire apparecchiata fin dalla nascita, cresce e viene educato in essa, fino a costituire in tal modo una specie di abito mentale innato. Dopo di che è assai difficile poi liberarsene, sebbene per molte persone sarebbe invece salutare proprio il contrario!

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Non siamo dei "santi", né è certo questo che vogliamo essere, noi materialisti atei. Eppure anche noi crediamo in dei valori, e abbiamo, oltre quella intellettuale, altresì una coscienza morale, la quale ispira sia il nostro comportamento che il giudizio su quello degli altri. Com’è ovvio quello morale è un modo di essere sociale che ha senso solo in un rapporto plurale, poiché fare del bene a sé stessi non ha certo un valore di questo genere. Qual’è perciò il discrimine per valutare correttamente l’autentica bontà di un’azione? Non è poi così difficile da capire, almeno dopo aver letto Schopenhauer. Per un corretto giudizio valido per tutti i comportamenti possibili, basta tener conto sia dell’agente che del paziente, e verificare quale sia il fine ultimo dell’atto, se l’uno o l’altro. L’alternativa è semplice, come si vede: il valore reale esclude ogni movente di tipo egoistico, per cui si potrà attestare solo quando chi agisce pone come scopo finale del suo gesto non sé stesso, bensì colui verso il quale l’azione è diretta, quando cioè ha di mira il bene dell’altro più che il proprio, o quantomeno il bene altrui come se fosse il proprio. Ecco dunque come la vera misura del valore si rivela essere nient’altro che il disinteressato altruismo, o sia il fare qualcosa per qualcuno senza aspettarsi niente in cambio, gratuitamente e inutilmente. E, soprattutto, il farlo per libera scelta. Questo, e soltanto questo, è il motivo dell’autentico atteggiamento che ha e dà valore morale a un gesto, consistente appunto nell’incondizionato premettere l’altrui interesse al proprio.
Certo, magari può sembrare facile da dire in teoria e impossibile da fare e verificare nella pratica. E infatti non è un caso che sinceri comportamenti del genere siano così rari. Ciò non toglie però la verità della cosa. Come si vede, la genuina bontà d’animo è in fondo un po contronatura, in quanto che implica praticamente l’abolizione dell’istintivo e naturale egoismo in favore dell’atteggiamento opposto, riflessivo e per così dire artificiale. Di colui che, in tal modo, riesce a vedere nell’altro non il "tu" diverso, bensì un "altro io" uguale; e se agisce di conseguenza, allora si può ben dire che ha veramente superato sé stesso. Perché non c’è dubbio che dimenticarsi di sé in favore dell’altro è la cosa più difficile da fare. Invece a questo punto è molto più facile, viste come stanno le cose, chiedere come potranno mai definirsi autentiche le azioni compiute per motivi religiosi. Quando si realizza una buona azione nel nome di Dio, infatti, qual’è il movente di fondo che spinge l'autore, se non la speranza del "premio" promesso in cambio, addirittura di una vita futura eterna e beata? E un’aspettativa del genere non rappresenta forse un preciso tornaconto personale, e anzi una forma suprema di egoismo? Alla faccia del disinteresse! In realtà, come è falso il castigo di Dio così lo è il premio, e altrettanto lo è ogni morale religiosa della "santità"!

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Morale sessuale? Ma, è come dire morale digestiva, o respiratoria! In realtà il sesso non è né morale né immorale, proprio come non lo sono tutti gli altri apparati costituenti l’anatomia e la fisiologia del nostro organismo. Si tratta invece di qualcosa del tutto e per tutto naturale, e anche i particolari "gusti" di ciascuno non siamo noi a deciderli, e ce li ritroviamo senza sapere il perché. E quindi come possono ritenersi colpevoli? Non si può! Anche i peggiori delitti a sfondo sessuale, per quanto orribili possano essere, non sono compiuti da un criminale, bensì da un malato; che dunque non è meritevole di pena, bensì di cura. Ma a parte questi dettagli, quando è sano e naturale il sesso non è per un bel niente sporco e peccaminoso, come insinuano i preti; quanto piuttosto di alquanto piacevole, come sapevano bene gli Antichi! E indispensabile alla nostra conservazione, per di più. Proprio come il cibo.

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L’egoismo è amorale, ma non immorale, poiché è del tutto naturale. Si tratta infatti dell’impulso prioritario di ogni vivente all’essere e al benessere, che si traduce in pratica nel conservare la vita, perseguire il piacere e rifuggire il dolore. Certo, negli uomini questo sentimento-atteggiamento assume dei connotati ben più marcati che non negli altri animali, perché solo essi nell’assecondare il loro egoismo riescono ad essere malvagi. L’ego è l’io, e per esso ciascuno sente ed è convinto di essere tutta quanta l’intera realtà, il centro a cui tutto il resto, secondario per importanza e valore, dev’essere riferito. Senza per altro nemmeno accorgersi del profondo contrasto fra tale esclusiva considerazione che ciascuno ha di sé e la quasi assoluta indifferenza con cui appare invece agli occhi degli altri. Essendo infatti generalizzato, l’egoismo riguarda praticamente tutti, comportando così che nessun io è escluso dal vedere gli altri nella loro incolmabile differenza di semplici e spesso insignificanti non-io.

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