lunedì 30 novembre 2009

Vita segreta

giorgiorst@gmail.com

Che cos’è la vita? Lasciando da parte le mitologie, se si vuol cominciare a rispondere e capire basta guardarci attorno. Così vediamo che in Natura possiamo distinguere tre regni principali, o sia tre tipi fondamentali di esseri con cui abbiamo a che fare: minerale, vegetale e animale. In più siamo circondati da tutte le cose manufatte dall’uomo, le cui materie prime derivano però sempre dal mondo naturale. Si capisce quindi che non abbiamo esperienza se non di corpi materiali. E non si tratta di un pregiudizio filosofico, poiché questo è proprio ciò che ci insegnano le stesse scienze naturali. E la cosa è ancora più semplificabile, poiché tutti i corpi possibili, alla fine, si possono distinguere non in tre, ma in due soli tipi: da una parte i minerali naturali e le cose artificiali, biologicamente inerti; e dall’altra gli organismi viventi, vegetali o animali che siano. Così è chiaro che il discrimine per dividere tutti i corpi esistenti in due possibili modi di essere sta nella qualità della materia di cui tali corpi sono costituiti: è la materia stessa infatti, alla fine, ad essere o meno dotata della qualità della vita. La prima specie di materia è dunque quella delle cose inanimate, dei corpi inerti, come possono esserlo un sasso, o una sedia, ma anche la Luna, le stelle e lo stesso intero Universo. Si tratta della materia inorganica, cioè priva di vita, e ciò che la distingue è l’essere consistente di atomi, con proprietà esclusivamente chimico-fisiche. Laddove l’altra, la materia organica, quella costituente i corpi degli esseri viventi (vegetali o animali), è invece costituita di cellule, e dotata per questo delle molto più complesse qualità biologiche. Stabilita questa del tutto evidente distinzione tra le due forme di materia e quindi tra i due tipi di corpi possibili, dobbiamo ora vedere più da vicino qual’è la loro differenza, il che ci porterà un passo avanti nel quesito sulla vita. Perché così capiremo anche il nesso che c’è tra le due materie esistenti, e ci renderemo conto di come a suo tempo, proprio all’origine della vita, sia accaduto qualcosa di impossibile oggi, ossia che l’una abbia potuto derivare dall’altra. Ma per rendersi conto di tutto ciò è indispensabile ricorrere agli argomenti della scienza chimica.
Ora, i corpi relativamente più semplici sono ovviamente quelli inerti, più elementari proprio perché privi di vita. Ebbene, come già detto, tutti i corpi di tal genere, costituiti di sola morta materia, hanno in comune questo alla base, che sono fatti di atomi. I quali atomi, pure già in sé stessi molto complessi, sono tuttavia i princìpi primi di ogni cosa (o anche, se si vuole, gli ultimi): insomma, ciò di cui ogni cosa è fatta e in cui alla fine si riduce. Non a caso la parola atomo, nella sua origine greca, vuol dire "indivisibile", o sia appunto non ulteriormente riducibile. In realtà l’atomo è divisibile e come, nelle particelle subatomiche che lo compongono, come i protoni, i neutroni, gli elettroni e altre ancora. Ma il discorso dell’irriducibilità degli atomi si riferisce alla qualità delle sostanze, e non agli atomi in sé stessi. Per esempio, se a un atomo d’oro togliamo un elettrone, quello non è più oro. Perciò gli atomi sono detti anche elementi chimici, perché appunto sono le particelle più elementari di ogni tipo di materia esistente. Così un atomo d’oro è la quantità di quel metallo più piccola possibile che si possa avere e che sia ancora oro; il che vale allo stesso modo per tutti gli altri elementi esistenti. Gli atomi sono presenti in natura, e se ne trovano 92 in tutto, alcuni abbondanti e altri molto rari. La maggior parte si trovano allo stato solido, una decina allo stato gassoso e uno solo, il mercurio, allo stato liquido. Inoltre esistono un’altra venticinquina di elementi artificiali, creati dall’uomo solo recentemente. Ebbene, ciascun atomo ha la proprietà di legarsi insieme ad altri, a formare le molecole, ossia i corpi composti appunto da più atomi. Prendiamo come esempio l’acqua. Ora, noi parliamo di molecole, e non di atomi d’acqua. Infatti ciascuna singola molecola d’acqua - che è in pratica la più piccola quantità di acqua che è ancora acqua - è formata e costituita da due atomi di idrogeno (simbolo chimico H) legati ad un atomo di ossigeno (O), con una proporzione tra i due elementi che è sempre quella (formula chimica dell’acqua: H2O). Altro esempio, il comune sale da cucina: si chiama cloruro di sodio (formula NaCl), ed è un composto di cui ciascuna molecola è formata da un atomo di sodio (Na) legato a uno di cloro (Cl). I legami chimici, poi, possono avvenire anche tra atomi uguali: ad esempio una molecola di ossigeno (O2), oppure una di cloro (Cl2), o di idrogeno (H2) eccetera, è costituita da due atomi dello stesso elemento legati tra loro. Ma questi sono i casi più semplici, e tuttosommato limitati. In genere le molecole possono essere molto più complesse, costituite da molti tipi di atomi, e tenute insieme da svariati tipi di legami chimici. Però qualsiasi possa essere la semplicità o complessità della molecola, per ciascun composto esistente la quantità (il numero) di ogni atomo è determinato e costante. E anche i legami, sia quelli tra gli atomi che formano ogni molecola, che quelli tra le molecole stesse, sono sempre strutturati secondo leggi di proporzioni matematiche, figure geometriche e meccanismi fisici ben precisi.
Ora, tutti questi atomi e composti fanno parte della Chimica inorganica. Ma c’è un altro ramo fondamentale di questa scienza, la Chimica organica. La quale però si occupa sempre di sostanze inerti, e non di corpi viventi, pur avendo a che fare con essi. Ciò che la distingue, infatti, è che si occupa di un solo singolo elemento, lasciando alla Chimica inorganica tutti gli altri. Questo elemento è l’atomo di carbonio (simbolo C), la cui importanza unica è dovuta al fatto che molti dei suoi numerosi composti hanno a che fare con proprio con la vita. Il carbonio è un elemento naturale, un atomo come gli altri, solo che è l’unico a possedere quelle proprietà che risultano essere state così determinanti proprio nella generazione ed evoluzione della vita, e più precisamente della stessa materia cellulare. Ora, la struttura chimica di questo atomo è così particolare perché gli permette di legarsi, oltre che ad altri elementi, anche a sé stesso, a formare molecole molto lunghe e complesse, vere e proprie catene di atomi, ognuna diversa dall’altra anche solo per la posizione o il numero di un unico atomo. Si capisce quindi come i composti del carbonio siano milioni, più numerosi dei composti di tutti gli altri elementi messi insieme, e perché essi vengano perciò studiati a parte. Inoltre la Chimica organica del carbonio ha a che fare con la vita in questo senso, che molti suoi composti sono prodotti direttamente da organismi viventi, vegetali o animali che siano, e fanno parte altresì della loro stessa costituzione. Tali sono infatti materie come gli zuccheri, i grassi, le proteine, le vitamine, gli stessi acidi nucleici che costituiscono il DNA delle cellule, eccetera. Tutti esempi di composti del carbonio essenziali per la loro funzione biologica, prodotti e ad un tempo produttori della vita. Ma tutte queste sostanze, ciascuna di per sé presa, non sono ancora la vita. Si tratta pur sempre ancora soltanto di atomi e molecole, che, sebbene vitali, non sono certo per questo anche viventi. Pure, la comparsa di tali sostanze del carbonio, inizialmente isolata qua e là, costituisce la premessa necessaria, poiché è proprio a partire dalla loro formazione-aggregazione-evoluzione chimica che deriverà l’assemblaggio delle prime cellule, o sia la materia vivente vera e propria.

Fatte queste indispensabili premesse, è possibile chiedersi ora quando e come è comparsa la vita sulla Terra. Certamente non subito, anche se relativamente presto. In principio si è formato il Sole, circa cinque miliardi di anni fa. La Terra, come gli altri pianeti, si è separata da esso e ha iniziato a girargli intorno quasi subito. Era molto calda, una massa di magma incandescente e priva di atmosfera, impossibile dunque per una qualsiasi forma di vita. Per prima cosa il pianeta ha dovuto raffreddarsi. Il che ha comportato la solidificazione della crosta terrestre, la formazione dell’acqua e di una prima atmosfera. A quell’epoca l’aria era irrespirabile, una cappa densa e oscura che limitava il passaggio dei raggi solari, priva di ossigeno, e costituita prevalentemente di gas che per noi oggi sarebbero letali. Eppure, paradossalmente, è proprio in tale situazione che la vita ha trovato il modo di attecchire, spontaneamente, comparendo nelle sue forme più semplici e primitive. Eh sì, perché se oggi è impossibile che la vita nasca e proliferi dalla non vita, ciò si è invece verificato proprio allora, quando le condizioni ambientali erano praticamente ancora invivibili. La comparsa della vita non è così altro che il risultato di una spontanea evoluzione chimica della materia organica, ma ancora inerte, preesistente. È cioè l’esito di tutta una serie di reazioni consecutive, rese possibili dalle condizioni ambientali presenti allora sul pianeta, che hanno prodotto composti man mano sempre più complessi, dalle molecole organiche fino alla formazione delle prime, più semplici tracce di materia vivente, fino alla comparsa delle prime cellule vere

Lavoro e denaro

Il lavoro è l’attività vitale degli uomini. Che pure, chissà perché, si rivela essere la più dannosa e funesta. Per capirlo è necessario saper distinguere il cos’è dal com’è, il lavoro, proprio perché le due cose non coincidono, purtroppo per chi lavora! Il fatto è che oggi, e da un pezzo ormai, si lavora per denaro, e lo si fa come se fosse una cosa del tutto naturale. Solo che senza sapere cosa siano in realtà né l'una né l'altra cosa, il lavoro e il denaro. Prima di tutto è bene sapere che non è stato ovviamente sempre così, bensì che questo sistema del denaro succede ormai da un paio di secoli a questa parte, e precisamente dall'avvento della Rivoluzione industriale in poi. In particolare con l'invenzione della macchina a vapore, che ha reso possibile un aumento enorme di quella che fino ad allora era stata la produzione dei beni di consumo, la quale dalla dimensione del laboratorio manifatturiero artigianale si è trasformata nella fabbrica vera e propria. Sia ben chiaro, non è che prima di quella svolta epocale i lavoratori stessero meglio, e anzi quella di diventare operai industriali fu paradossalmente per loro una sorta di liberazione dagli atavici vincoli feudali cui erano soggetti i braccianti contadini. Peccato che con quella "libertà" conquistata sono poi finiti subito dalla padella nella brace! Prima di quella rivoluzione infatti, e da ben diecimila anni, i lavoratori erano stati nella stragrande maggioranza contadini, asserviti agli esponenti della nobiltà e del clero, padroni delle terre. E a costoro toccava prestare la vita e l'opera in cambio di un miserabile sostentamento in natura, senza alcuna possibilità di sottrarsi a quella sorte. Ora si apriva per loro una nuova possibilità, erano "liberi" di lasciare i campi e andare in fabbrica, al "libero" servizio di quella nuova figura dell'imprenditore capitalista, il generale industriale pronto a dare gli ordini e farli lavorare in cambio di denaro. Denaro per il lavoratore, sotto forma di salario, e denaro per il capitalista, sotto forma di profitto! Insomma sempre di denaro si tratta, sebbene in due forme ben distinte, e anzi opposte!
Ora, la moneta esisteva già da ben prima di allora, ovviamente, e anche il suo uso capitale era in voga da ormai quattro o cinque secoli. Ma si trattava di un capitalismo commerciale, che riguardava principalmente la compravendita e il trasporto di merci di lusso da parte di ricchi mercanti per ricchi clienti aristocratici. Con l'avvento del capitalismo industriale invece, questo particolare uso del denaro riguarda anche gli stessi uomini lavoratori, oltre che le merci da loro prodotte. Insomma si crea, accanto al consueto mercato dei beni di consumo, un inedito «mercato del lavoro», vale a dire nien'altro che un "mercato di uomini"! Dove si recano uomini che vendono sé stessi per lavorare in cambio di denaro e uomini che comprano gli altri per farli lavorare! Il che, in un'economia di mercato, c'era quantomeno da aspettarselo!
Ma per capire meglio è necessario anche sapere che esiste un duplice uso che è possibile fare con il denaro: un uso naturale e uno appunto capitale. Con quest'ultimo che è proprio degli imprenditori, commerciali o industriali che siano; e il primo proprio di tutti gli altri, in genere lavoratori e consumatori, ma anche risparmiatori, elettori, telespettatori e quant'altro. Ebbene l'uso capitale è quello che pone il denaro come principio e fine dello scambio, laddove quello naturale è un uso del denaro come semplice mezzo di scambio. Partiamo con l'esempio primitivo del commerciante: costui detiene in mano il denaro, col quale compra una merce, che poi rivende ad un prezzo maggiorato. Il meccanismo imprenditoriale poi sarà sempre questo, di chi appunto mette per prendere, e anzi di chi tende a prendere alla fine il più possibile di quanto ha messo all'inizio. Si vede così come per costui il denaro è appunto il principio e il fine di tutto, laddove la merce che egli tratta non è che un mezzo per quello scopo che egli persegue. Spostiamoci invece ora al mercato del lavoro, dove la merce in compravendita sono appunto i lavoratori. Sì, perché se è vero che la propria libertà e dignità è qualcosa che non si può acquistare, però la si può benissimo vendere. Infatti, se non la propria, si può almeno comprare quella degli altri. Ma osserviamo la scena più da vicino. Innanzi tutto si vedrà come in realtà l’imprenditore non dà affatto lavoro, bensì lo cerca. Egli infatti non offre il lavoro, bensì il denaro, con il quale il lavoro appunto lo compra, lo comanda e lo fa fare.
Esattamente così come il lavoratore in realtà non domanda lavoro, bensì in effetti lo offre, e in cambio del denaro ubbidisce e fa il lavoro. Ed ecco anche che si spiega l'uso naturale che costui fa del denaro. Il lavoratore si presenta sul mercato senza niente in mano, non ha denaro e quindi non può comprare, a meno che prima non venda qualcosa che lo faccia incassare. E cos'ha da vendere, se non se stesso? Solo così egli riesce a ottenere quel denaro che poi gli servirà a comprare ciò che gli serve. Per costui dunque il denaro è un semplice mezzo, il cui fine è l'acquisto della merce di cui ha bisogno, allo scopo di consumarla.
Ebbene, si vede l'opposizione, anzi la contrapposizione che c'è tra i due modi possibili di usare il denaro? E che, per quanto possa funzionare perfettamente il meccanismo, pure si tratta di interessi esattamente contrari? Dell'imprenditore, che fa tutto per profitto, per accumulare denaro al denaro, e per il quale tutto il resto, la Natura e gli uomini compresi, non sono che un mezzo? Nonché del lavoratore che, ridotto a una merce tra le altre, fa tutto per un salario, per vivere e sopravvivere? Insomma, si vede o no che guadagnare del proprio lavoro è giusto, mentre profittare di quello altrui è ignobile, benché sia legittimo farlo? Se no, allora si è proprio ciechi!

venerdì 27 novembre 2009

Forza Roma


La storia romana è proprio una palla, con questa sfilza di imperatori che non finisce mai. E poi che "civiltà", questi Romani: giusto i fascisti potevano volerne rinverdire i fasti! Perché sia chiaro che la decadenza culturale e scientifica del mondo occidentale prende il via non tanto con il Medioevo, alla fine dell’impero romano, bensì già con gli stessi Romani. Ovviamente non è possibile dare un giudizio sommario, ma nemmeno si può negare come la civiltà di Roma non abbia fatto altro che man bassa della religione, la filosofia e la scienza greche, senza produrre alcunché di originale. La stessa lingua e letteratura latina che cos’altro è, in fondo, se non una traduzione del greco in latino? E anche a proposito dei loro monumenti, - della senz’altro straordinaria bellezza di ponti, acquedotti, strade, ville, teatri, circhi, ecc. - non bisogna però scordare che furono i "re" Etruschi a edificare le prime grandi opere pubbliche di Roma, e che furono sempre loro, gli Etruschi, a inventare la costruzione dell’arco in pietra. Per cui anche nell’arte della loro architettura gli antichi romani si rivelano essere stati più degli ottimi tecnici che non degli scienziati, dei grandi ingegneri ma non dei ricercatori, insomma più dei pratici imitatori che non dei teorici innovatori.
La "grandezza" dei Romani, invece, sta tutta nel loro "impero", vale a dire nella capacità e forza di aggredire, conquistare e dominare mezza Europa! Esperti nell’arte della guerra quindi, questi Romani, e, guarda un po, anche nel campo del Diritto! Già, il Diritto romano, il famoso Codice di Giustiniano, di cui sanno qualcosa gli studenti che ancora oggi sono tenuti a conoscere, se vogliono esercitare la professione legale. E non per un capriccio professorale, ma perché è proprio sulla base e sul modello di quel Codice dell’antica Roma che si è edificato praticamente tutto il successivo Diritto e la giurisprudenza mondiale fino a oggi. Bella roba!
Per non dire infine dello stesso popolo di Roma imperiale, anch’esso corrotto e sfaccendato, mantenuto con i proventi di guerra a pane e spettacoli, e che esultava smodatamente allo strazio cui assisteva nell’arena.
Veramente una civiltà sublime, dunque, quella romana! Però alla fine spazzata via nello stesso modo barbaro in cui in fondo era sorta. Senonché nel frattempo, per una singolare ironia della sorte, Roma si è "convertita" alla nuova religione, e da città malvagia, centro di un potere politico-militare corrotto che era, si è ritrovata città "santa", centro della cristianità (romano-barbarica) e del nuovo potere ecclesiastico. Dalla padella nella brace!

Comunicazione


Conversare per conservare: è quello che facevano gli uomini prima che inventassero la scrittura. Sì, perché prima di allora la memoria si tramandava a voce, e c’era appunto la tradizione orale.
Nella storia della comunicazione la prima cosa è stata ovviamente che l’uomo ha imparato a parlare dopo chissà quanto essersi espresso con gesti e suoni disarticolati. Ma il linguaggio è un fatto sia fisiologico che psicologico. Perché consta dell’articolazione proprio fisica del suono della voce, cioè dell’aria proveniente dai polmoni che, nella laringe, attraversa le corde vocali; e che fuoriesce appunto modulata per mezzo di lingua, palato, denti, labbra e naso. Inoltre la lingua è altresì un fatto mentale, cerebrale, vale a dire che implica l’associazione di un particolare significato ad ogni determinato suono o nome.
Il secondo passo è invece consistito nell’invenzione del segno grafico, la scrittura appunto, che è evoluta, a partire dai geroglifici egizi e i caratteri cuneiformi mesopotamici, più di seimila anni fa, fino all’alfabeto fenicio, di circa tremila anni più tardi, in seguito perfezionato dai Greci con l’aggiunta delle vocali, e arrivare così fino a noi. Le prime forme di scrittura erano quindi costituite da ideogrammi e pittogrammi, che erano segni i quali rappresentavano visivamente un oggetto o un significato, il che voleva però dire che per scrivere si rendevano necessari centinaia e anche migliaia di segni. E l’innovazione della scrittura alfabetica ha appunto risolto proprio questo problema. Associando infatti il segno grafico (a questo punto la lettera) non più direttamente alle cose, ma ad un determinato suono della voce, allora con poco più di venti segni è stato possibile esprimere, scrivendole, tutte le parole possibili. Così, in questo modo, la comunicazione umana è evoluta dal semplice parlare e ascoltare diretto, cioè necessariamente da vicino, allo scrivere e leggere, possibile anche da lontano, sia nel tempo che nello spazio.
Il terzo passo di questa storia, poi, è stato l’invenzione della stampa, cinquecento anni fa. La qual cosa ha significato che se prima ciascuna copia di un libro doveva essere scritta a mano, ora se ne potevano stampare centinaia e anche migliaia tutte insieme. Con l’evidente vantaggio di una nuova enorme diffusione del sapere.
Infine si arriva all’ultima tappa, propria dei giorni nostri, vale a dire la rivoluzione informatica, con cui la comunicazione umana si è resa generalmente accessibile a tutti, raggiungendo dimensioni praticamente planetarie.

Materia e forma


Questo è il dilemma sul quale dibattevano gli Antichi, e ovviamente sempre con il chiaro intento di esaltare la forma e denigrare la materia! Già a partire da e soprattutto con Platone! Con il seguente equivoco di fondo, però, che costoto estendevano indebitamente il ragionamento dalle cose all’uomo, traducendolo nel problema fin troppo fittizio del rapporto dualistico tra la materia inerte e corruttibile del corpo, da una parte, con la forma spirituale e immortale dell’anima dall'altra. Nemmeno a dire come questa falsa concezione sia poi trapassata senza problemi dalla filosofia greca a quella cristiana, giungendo così fino a noi, ancora oggi.
Ebbene, ecco come stanno in realtà le cose. Le forme esistono, è vero. Si osserva facilmente come ogni cosa ne abbia una propria (eccetto i fluidi), come pure che si tratta della forma geometrica e fisica dei corpi. Niente a che fare insomma con presunte forme immateriali e invisibili di platonica memoria. Come non esiste un «bello in sé», ma solo cose belle, né un «bene in sé», ma solo cose o azioni buone; allo stesso modo non si danno «forme pure», separate e indipendenti dai corpi, ma appunto solo la forma di una qualche materia. Al limite c’è un caso in cui possiamo ammettere l’esistenza di forme "pure", cioè prive di materia, ed è quello di quando le cose sono rispecchiate nella nostra testa. Com’è ad es. la forma della casa nella mente del geometra che la progetta. Tenendo ben presente però che in tali casi abbiamo a che fare con forme che sono appunto soltanto pensieri, e non anche "cose". I filosofi antichi, da parte loro, ci tenevano invece a insistere sulla pretesa eternità delle forme, contrapposta alla presunta corruttibilità della materia. Cosa che ripetono ancora i preti odierni quando parlano di anima e corpo. Solo che, in realtà, è vero esattamente il contrario. La forma infatti, che poi si risolve nella bellezza delle cose e dei corpi, è proprio per questo la loro esteriorità, quella cioè che si corrompe per prima. Laddove la materia, pur trasformandosi di continuo, ma non potendosi creare, e però nemmeno distruggere, è piuttosto essa stessa propriamente incorruttibile e eterna. La forma è dunque tutt’altro che elemento e principio, sostanziale ed essenziale delle cose, bensì appunto proprio l’opposto. Né tantomeno le forme sono la causa, quanto piuttosto l’effetto delle cose, - la loro bellezza appunto, che però si rivela non certo prima, ma solo dopo, solo quando le cose sono compiute e, appunto, formate.

Evoluzione


Come si spiega il mondo, e la vita in particolare? Si tratta di una causalità creativa di Dio, oppure di una casualità evolutiva della Natura? Queste "cose", insomma, sono state fatte da qualcuno, oppure si sono fatte de sé? La teoria biologica dell’evoluzione, formulata da Darwin nel 1859, spiega come si è prodotta l’innumerevole varietà di esseri viventi che ci stanno intorno, e fa insomma luce sull’origine delle specie, come recita appunto il titolo dell’opera del grande naturalista inglese. Un libro classico e rivoluzionario, che ha sovvertito radicalmente quanto in proposito si era creduto fino allora. Prima infatti si concepiva ogni singola specie, animale o vegetale che fosse, come il prodotto appunto di una "creazione" divina, ciascuna separata e distinta da ogni altra, nonché immutabile e «fissa», cioè così come si presenta una volta per sempre. Con la nuova teoria e le successive ricerche è invece venuto fuori esattamente il contrario, ossia che le specie sono soggette a una dinamica di mutamenti continui, e che le specie attuali derivano da altre precedenti che sono scomparse, dalle quali si sono differenziate ed evolute, trasformandosi gradualmente nel lento e lungo tempo di milioni di anni. Il tutto secondo naturalissime leggi della Natura, che possono anche sembrare miracolose, ma che pure non richiedono alcun tipo di intervento divino. E infatti non c’è dubbio che come gli sviluppi della geologia hanno gettato luce sulla vera storia della Terra, scardinando le ormai insostenibili ipotesi creazioniste e diluvialiste; così la biologia, con l’evoluzionismo, ha fatto altrettanto relativamente alla storia della vita.


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L’evoluzione delle specie è uno straordinario meccanismo della Natura al cui fondamento c’è però il puro caso. Sono infatti le mutazioni genetiche che determinano il primo passo verso la formazione di una nuova specie. E una mutazione del genere non è che un errore nella trasmissione del patrimonio genetico dai genitori alla prole. Ora, nella maggior parte dei casi tale mutazione darà luogo ad un figlio deforme che soccomberà presto. Ma può darsi anche il caso che la mutazione possa risultare vantaggiosa per l’individuo rispetto all’ambiente. Per esempio un uccello che nasce con un becco la cui nuova forma è più adatta a procurarsi un determinato cibo. In tal caso quell’individuo si troverà avantaggiato rispetto ai suoi simili, per cui avrà più probabilità di riprodursi, e di trasmettere così quel particolare nuovo carattere alla sua discendenza, che darà il via alla nuova specie o ad una varietà della stessa specie.

Anno zero


Il terzo millennio? E perché non l’undicesimo? Perché far risalire l’anno "zero" a duemila anni fa, e non invece a diecimila, cioè all’età neolitica, come molto più ragionevolmente dovrebbe essere? L’anno "zero" simboleggia infatti il punto di svolta decisivo della storia umana, che segna il passo, anzi il salto, tra il prima e il dopo. Ebbene, sarebbe dunque un fatto come la peraltro incertissima nascita di Gesù a dividere in due la Storia? In realtà il condizionamento religioso della storia è veramente il colmo: proprio la religione, che con la storia, esattamente come con la scienza, non ha proprio niente da spartire, se non al limite per farne un uso spudoratamente travisante. Come mostra con evidenza ad esempio La Città di Dio, l’opera di agostiniana memoria ancora oggi considerata fondamentale. Eccola la filosofia della storia predicata dai pensatori cristiani: dalla "creazione" di Dio, alla "caduta" di Adamo, alla "redenzione" di Gesù, fino al "giorno del giudizio" finale! Punto e basta! Essendo queste le "tappe" fondamentali della storia "sacra", è facile vedere come praticamente tutto quanto sarebbe dovuto succedere sia già successo una volta per tutte, e il seguito non sarebbe che una trascurabile e accidentale appendice in attesa della fine del mondo! Ma sia chiaro che con ciò non si vuol certo togliere la grande portata storica che l’avvento della religione cristiana ha avuto (e purtroppo ha ancora) sulla nostra civiltà. Solo si vuole mettere in discussione quella divisione della storia che essi stessi, i cristiani, hanno istituito, e che è a tutt’oggi ancora presa per buona. Divisione simbolica, sicuramente, ma che dovrebbe tuttavia essere appunto retrocessa a diecimila anni fa, vale a dire alla Rivoluzione agricola, per davvero il momento prima e dopo il quale le cose sono effettivamente e definitivamente cambiate nella storia degli uomini.

mercoledì 21 gennaio 2009

Totem e tabù

Il totemismo è la prima e più antica forma di religiosità che l’umanità abbia praticato. La sua peculiarità consisteva nell’essere una religione basata su legami di parentela, proprio quegli stessi sui quali era organizzata l’intera società primitiva. In pratica l’oggetto di venerazione era il progenitore, l’antenato delle origini, il quale però risultava essere a sua volta direttamente disceso o da un animale, o da una pianta, oppure da un qualche oggetto e fenomeno naturale, o addirittura da un qualche manufatto umano. Il nesso si instaurava quindi tra i "fedeli" e questo "avo" primordiale, il totem appunto, nei confronti del quale si generava quel rapporto di figliolanza-dipendenza che sarà poi tipico di ogni religione.
C’è da dire che il totem, parola che significa "dello stesso sangue", pur essendo qualcosa di sacro, non era ancora considerato una vera e propria divinità separata e superiore agli uomini, in quanto che il primitivo possedeva una concezione ingenua della realtà, per la quale non esisteva ancora la distinzione dualistica tra terra e cielo, né quella tra corpo materiale e anima spirituale. Non c’erano divisioni, nemmeno della società in classi, e insomma tutto era uno. Per questo l’antenato era concepito nella sua semplice naturalità biologica di essere per così dire in carne e ossa, e dunque non era proprio un dio, bensì appunto il parente da cui i membri della stirpe credevano di discendere.
Occorre precisare che i gruppi sociali primitivi erano costituiti da vari clan, ognuno dei quali corrispondeva alla famiglia, però da intendersi nel senso largo di tutti i parenti insieme. E più clan erano riuniti e compresi nella tribù, che si può considerare il villaggio vero e proprio. Ebbene, all’interno della stessa tribù ciascun clan aveva il proprio totem, appunto perché ogni antenato non può accomunare altro che i membri di una medesima famiglia.
Inizialmente il totem si presenta in genere come un animale. I membri di ciascun gruppo familiare credono che i loro progenitori siano direttamente imparentati con tale animale, e quindi di esserlo essi stessi. Ma non a caso l’animale parente di ciascun clan si rivela essere quello che il clan stesso è specializzato a catturare. Insomma, l’animale cacciato finisce con il far parte dello stesso gruppo cacciatore, ne diventa il simbolo, il protettore, l’antenato appunto. Il che getta luce sull’origine di questo "culto", così strettamente legato alla materialissima esigenza alimentare. Sta di fatto che ogni clan prende a considerare con un certo rispetto il proprio animale, fino al punto da farlo diventare tabù, parola che significa "separato", "tenuto lontano", e quindi anche "proibito". Così per ciascuna famiglia sorge il divieto di cibarsi della carne del proprio animale totem, proprio come è proibita altresì l’unione sessuale tra i membri della stessa famiglia. Dunque cosa succede, che ogni clan scambia il proprio animale con quello dell’altro, di cui gli è permesso nutrirsi, esattamente così come le unioni matrimoniali avvengono tra membri di clan diversi. In questo modo ogni tribù assomiglia a una specie di cooperativa dove ciascuno mantiene gli altri al tempo stesso in cui è mantenuto da essi. Con un’eccezione però, quella del rituale "pasto sacro", l’occasione in cui l’animale parente viene mangiato dai membri del clan cui esso appartiene. Si tratta di una solenne cerimonia, il cui fulcro consiste in una danza che mima le caratteristiche del totem, le sue vicende e anche la sua morte. Ancora oggi tracce consistenti di totemismo sono riscontrabili presso le tribù indigene australiane, ma anche, sebbene in misura minore, in Africa, Sudamerica e Asia.

Follie istituzionali

In questa tragica storia il manicomio ha davvero avuto una sorte singolare e paradossale. Sì perché, se questa istituzione è stata ora abolita, occorre però riconoscere che la sua origine ha avuto una valenza schiettamente positiva, e anzi ha segnato una svolta progressista teorica e pratica di grande rilievo. È successo a Parigi verso la fine del ‘700, forse non a caso nel periodo caldo della Rivoluzione. Ebbene è un certo Philippe Pinel ad essere indicato come il primo che significativamente ha liberato i folli dalle catene carcerarie alle quali erano costretti, indicando nella malattia mentale il discrimine tra loro e le altre numerose categorie devianti della società. Da tale sacrosanta, veramente rivoluzionaria presa di coscienza,- da tale inedito criterio che da allora in poi avrebbe distinto tra chi dovesse giustamente scontare una pena e chi invece necessitasse piuttosto di una terapia- è sorta l’istituzione manicomiale, dove i malati vennero trasferiti per ricevere assistenza. Poi va be’, insieme al paziente e all’ospedale è comparso anche il medico psichiatrico, quella nuova figura dello scienziato specialista della follia, con la sua nuova pratica del trattamento psichiatrico, sulla cui tragica storia ognuno si può facilmente documentare. Insomma il manicomio, istituito allo scopo di curare, si è poi invece verificato proprio come ciò che ha impedito la cura. Distinguere il paziente psichiatrico dal comune fuorilegge, rifiutare di accomunare ulteriormente la psicopatologia alla stregua del delitto, ha poi invece fatalmente portato, in nome di una scienza asservita a interessi di parte, alla totale separazione del malato dal mondo.
Fino agli anni Sessanta in Italia, con la battaglia di Basaglia e i suoi, il cui movimento antiistituzionale culmina nella Legge 180 del 1978, che, per prima in Europa, sancisce la condanna e decreta appunto l’abolizione del manicomio. Finalmente tutti hanno dovuto prendere atto di ciò che fino allora solo un ristretto gruppo di addetti andava denunciando, e cioè che l’internamento come cura non è stato se non il falso, ignobile pretesto con cui la psichiatria tradizionale ha fatto fronte alle sue incapacità, nonché l’assolvimento del compito di controllo sociale, tacitamente attribuitole allo scopo di stabilizzare l’ordine costituito.

Storia e Natura

Anche la Natura ha la sua storia, come tutto ciò che è. Ma sono propriamente gli uomini che fanno la storia, facendola anzi proprio nella misura in cui si elevano in un certo senso sopra la Natura. Certo, esistono tante storie, se non altro perché ciascuno e ogni cosa che è nel tempo ha la propria, però tutte quante sono contenute nell’unica storia globale, storia naturale compresa, nella quale è a sua volta contenuta la storia umana. Tra la storia umana e quella naturale si può cogliere sia un’analogia che una differenza. Da una parte la storia è un po come la Natura, dove si assiste all’incantevole evoluzione progressiva della perfezione e della bellezza, che però è al tempo stesso crudele e drammatica. Tenendo presente ovviamente come il dramma della natura sia tale per natura, mentre quello della storia sono gli uomini a determinarlo. Dall’altra parte, invece, la differenza sta nella complicazione della storia umana rispetto a quella naturale, che è riconducibile alla differenza dei rispettivi ritmi e tempi storici. La storia umana è infatti estremamente breve e veloce, e procede per veri e propri salti; mentre la storia della natura è al contrario molto lunga e lenta, apparentemente sempre uguale, che procede per piccoli passi, attraverso impercettibili mutazioni genetiche degli esseri viventi e mutamenti geo-climatici della Terra.

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Verità della storia, storicità della Verità. È una verità vera il fatto che una cosa, pure se nota, non vuol dire che per questo sia anche conosciuta. Spesso infatti le cose semplicemente sentite dire vengono poi prese per buone e date per scontate, nella supposizione che siano appunto già risapute. Ebbene, l’atteggiamento opposto a questo è quello storico, o storicistico che dir si voglia, attraverso il quale si tralascia l’immediatezza del presente per andare a rovistare appunto nel passato. Anche se, certo, lo si fa non solo per il gusto di farlo, bensì proprio allo scopo di comprendere il tempo attuale. Si tratta in sostanza di un principio e di un metodo per cui si riconosce l’importanza della ricerca storica ai fini della conoscenza, o sia della convinzione che ogni sapere, perché possa dirsi tale in senso compiuto, deve essere appunto anche storico. Per una concezione del genere, che tiene in conto e anzi privilegia questo tipo di approccio, solo un oggetto storicamente determinato,- compreso cioè nel proprio tempo, nella sua origine e nel conseguente sviluppo evolutivo - è un oggetto per noi, cioè entra a far parte del nostro sapere. Solo così lo conosciamo in modo autentico, e dunque in un certo senso lo possediamo, nel suo concreto significato reale. Insomma, in una parola, è nella loro storia che risiede la verità delle cose. Oltre che nella scienza, naturalmente.
E anche qui emerge il contrasto con la religione. Basti pensare come la Bibbia sia sì un libro storico, ma non certo un libro di storia. O, quantomeno, se vi sono notizie realmente storiche, esse sono assolutamente marginali rispetto al contesto complessivo. La Bibbia infatti, com’è noto, rappresenta per i credenti il «Verbo», o sia la «Parola» ispirata-rivelata-dettata da Dio stesso, che, in quanto e proprio perché tale, è ritenuta pregiudizialmente vera, prima cioè di qualsiasi esame del suo contenuto. Insomma, mentre per noi ogni argomento va affrontato storicamente, la religione, al contrario, il lato storico dei suoi contenuti lo ha sempre trascurato completamente. A meno che non si intenda la "storia sacra della salvezza celeste", la quale però non c’entra niente con la storia reale degli uomini, della quale è anzi un totale travisamento.

Fede e Sapere

Apparenza, illusione, incantesimo, inganno: in questo consiste la credenza. La quale, alla fine, si fonda sempre sulla menzogna di qualcuno cui si presta fede. Invece di crederle però, le cose, si possono anche sapere. Si tratta in pratica di due diversi atteggiamenti possibili nei confronti del mondo, della vita, degli uomini e di sé stessi. Due atteggiamenti anzi opposti, che proprio si escludono a vicenda. Alternativo alla preghiera, infatti, c'è lo studio; alternativo all’oratorio il laboratorio. La conoscenza inoltre, contrariamente alla fede, disillude, disincanta, disinganna, e dissacra. E lo fa dicendo, modestamente e umilmente, la verità! La verità di questo mondo qui nel quale stiamo, però, che sia chiaro per intenderci. Perché c’è pure il fatto che la menzogna della fede sia consolante, mentre la verità del sapere possa invece anche far male, per certi versi. La fede infatti predica la speranza e l'ottimismo (anche se solo per un’altra vita futura in un altro mondo); laddove il sapere logico, scientifico e storico, su cose del genere, di altre vite in altri mondi, non può che negare e mostrare un pessimismo disperato. Per non dire infine come il sapere, anche se amato, costi comunque sempre una certa notevole fatica, quando a credere si impara invece già fin da bambini. Per questo nei confronti di un impegnativo sapere si può preferire la semplice fede. Per i preti non a caso è molto più utile; per i credenti molto più comodo!

Morale e morali


I preti dicono che un ateo materialista è per forza un individuo immorale, il che è ovviamente falso. A meno che non si assuma il presupposto che una morale senza Dio sia impossibile. Laddove questo è però proprio ciò che qui si nega. E dove al contrario si oppone che una morale, se prorpio la si vuole, affinché sia però un minimo autentica, dev'essere come minimo senza Dio! È evidente che non c’è accordo unanime su cosa sia, la morale, e come dev’essere un’azione umana perché si possa dire che abbia un valore veramente tale. A prima vista sembra anzi impossibile poterlo stabilire. Perché constatiamo che, proprio come con le religioni, esistono e sono esistite tante morali differenti, quante le varie civiltà e formazioni sociali che si sono succedute nei diversi tempi e luoghi della storia. E tutte quante però con una caratteristica comune, ciascuna con la stessa convinzione e pretesa di essere la sola morale valida, universale e assoluta.
Accertato questo dato di fatto piuttosto rilevante, è chiaro che nessuno può dire a un ateo che, proprio per questo suo essere così, egli è necessariamente immorale! Considerato proprio come se fosse un omosessuale! Quando è molto più probabile che sia piuttosto vero il contrario, che abbiano più moralità costoro che non i moralisti benpensanti. Anzi, guarda un po, sono proprio queste figure, l'ateo e l'omosessuale, - e a questo punto ci aggiungerei anche le donne - che hanno argomenti per contribuire a smascherare e denunciare una certa falsa morale imperante, consolidata più da una tradizione secolare e millenaria, piena di dogmi campati in aria, che non da un benché minimo valore morale autentico. Fare un bel gesto nel nome di Dio vuol dire che chi lo riceve non è che un mezzo; il che contrasta con un comportamento autenticamente di valore. Inoltre quel Dio che tu invece consideri come il fine della tua "buona" azione, in realtà, non sei che te stesso! Che infatti ti aspetti il "premio" per quello che hai fatto! E dunque, quando un senza Dio si occupa di questi argomenti, egli non può che essere di quelli che in genere guardano con sospetto le morali correnti, e anche quelle passate. Perché magari costui, invece di star dietro alle prediche domenicali su questa materia, ha preferito andare a spulciarsi i moralisti francesi, i primi che, più di tre secoli fa hanno iniziato a osservare la morale dal di fuori, isolando questo singolare fenomeno del comportamento umano dalle pastoie religiose nelle quali è sempre stato invischiato fino al collo. Ma, sempre a tale proposito, anche in seguito non sono mancati grandi nomi, più che altro tedeschi questa volta, come Schopenhauer, Feuerbach, Marx, Nietzsche e Freud. E a quel punto, a chi ha curiosato in queste cose, non gli potrà più sfuggire come dietro l’apparente esternazione della virtù, spesso, si possa annidare la sostanza silenziosa e nascosta del vizio. Inoltre si avvederà come non sia solo il fatto, bensì altresì il linguaggio della morale religiosa, a non stare in piedi, poiché si fonda su un vero e proprio abuso di significato delle parole che usano e dei discorsi che fanno. Di cui non si avvedono invece i fedeli, ingenui e sprovveduti come sono. Né, per finire, si trascurerà più che una falsa morale, dopo tutto, possa essere altresì oppressiva, strumento di dominio, e dannosa per la salute!

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Cos'è morale e cosa la morale. Ecco, si tratta di una particolare sfera o dimensione del comportamento umano, quella che si riferisce più precisamente a come fare bene ed essere buoni per gli altri. Allo stesso tempo e modo in cui si considera fare male ed essere cattivi il comportamento opposto. Ma chi o cosa, alla fine, stabilisce la morale, decide cioè quale dev'essere il bene e il male degli esseri umani? Ovviamente sono gli stessi uomini, dato che la legge morale è una legge squisitamente umana. Anche quando sono i preti a dettarla, che pure spacciano Dio quale l’autore della loro morale. Sono quindi gli stessi uomini che (si) impongono un comportamento morale, e lo fanno in genere attraverso una tavola o scala di valori, istituiti come base, e considerati quali il modello e lo scopo dell'agire. Insomma, nei valori stabiliti dal gruppo umano, ciascun membro dovrà rispecchiare la propria condotta, la quale così sarà conforme a quanto si deve. La regola è sempre la stessa: conformarsi e obbedire ai valori imposti. Il meccanismo di funzionamento è quello in ogni caso, sebbene non esista una sola e unica morale, bensì le molte morali, ciascuna con valori diversi, e anche contrastanti fra loro. Proprio come succede con le religioni che, pur nella loro diversità, credono però nello stessso Dio! A noi oggi è dato verificare quanto il fenomeno e il seno morale sia stato un fatto comune che ha attraversato tutta la storia dell’umanità, ed esso è evidente anche nelle tribù più primitive. Proprio per questo però, constatiamo al tempo stesso che nel tempo sono esistite tante morali differenti quante sono state le diverse forme di civiltà via via si sono succedute. Il che sta ad attestare la storicità, o sia appunto la relatività, nonché l'evoluzione-mutazione dei valori. Proprio il contrario di quanto sostengono le morali religiose, le quali sono convinte che sianosolo i loro propri valori, quelli che hanno valore universale, assoluto e immutabile!
Il termine morale, così come il suo sinonimo etica, in origine vuol dire "costume", nel senso di usanza, abitudine, convenzione. E in effetti il sistema dei valori, la norma di vita di ciascun gruppo sociale, esiste in genere da molto tempo, in molti casi dal presunto inizio dei tempi, tramandandosi attraverso le generazioni. Per questo ciascun individuo nel proprio gruppo la morale se la trova per così dire apparecchiata fin dalla nascita, cresce e viene educato in essa, fino a costituire in tal modo una specie di abito mentale innato. Dopo di che è assai difficile poi liberarsene, sebbene per molte persone sarebbe invece salutare proprio il contrario!

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Non siamo dei "santi", né è certo questo che vogliamo essere, noi materialisti atei. Eppure anche noi crediamo in dei valori, e abbiamo, oltre quella intellettuale, altresì una coscienza morale, la quale ispira sia il nostro comportamento che il giudizio su quello degli altri. Com’è ovvio quello morale è un modo di essere sociale che ha senso solo in un rapporto plurale, poiché fare del bene a sé stessi non ha certo un valore di questo genere. Qual’è perciò il discrimine per valutare correttamente l’autentica bontà di un’azione? Non è poi così difficile da capire, almeno dopo aver letto Schopenhauer. Per un corretto giudizio valido per tutti i comportamenti possibili, basta tener conto sia dell’agente che del paziente, e verificare quale sia il fine ultimo dell’atto, se l’uno o l’altro. L’alternativa è semplice, come si vede: il valore reale esclude ogni movente di tipo egoistico, per cui si potrà attestare solo quando chi agisce pone come scopo finale del suo gesto non sé stesso, bensì colui verso il quale l’azione è diretta, quando cioè ha di mira il bene dell’altro più che il proprio, o quantomeno il bene altrui come se fosse il proprio. Ecco dunque come la vera misura del valore si rivela essere nient’altro che il disinteressato altruismo, o sia il fare qualcosa per qualcuno senza aspettarsi niente in cambio, gratuitamente e inutilmente. E, soprattutto, il farlo per libera scelta. Questo, e soltanto questo, è il motivo dell’autentico atteggiamento che ha e dà valore morale a un gesto, consistente appunto nell’incondizionato premettere l’altrui interesse al proprio.
Certo, magari può sembrare facile da dire in teoria e impossibile da fare e verificare nella pratica. E infatti non è un caso che sinceri comportamenti del genere siano così rari. Ciò non toglie però la verità della cosa. Come si vede, la genuina bontà d’animo è in fondo un po contronatura, in quanto che implica praticamente l’abolizione dell’istintivo e naturale egoismo in favore dell’atteggiamento opposto, riflessivo e per così dire artificiale. Di colui che, in tal modo, riesce a vedere nell’altro non il "tu" diverso, bensì un "altro io" uguale; e se agisce di conseguenza, allora si può ben dire che ha veramente superato sé stesso. Perché non c’è dubbio che dimenticarsi di sé in favore dell’altro è la cosa più difficile da fare. Invece a questo punto è molto più facile, viste come stanno le cose, chiedere come potranno mai definirsi autentiche le azioni compiute per motivi religiosi. Quando si realizza una buona azione nel nome di Dio, infatti, qual’è il movente di fondo che spinge l'autore, se non la speranza del "premio" promesso in cambio, addirittura di una vita futura eterna e beata? E un’aspettativa del genere non rappresenta forse un preciso tornaconto personale, e anzi una forma suprema di egoismo? Alla faccia del disinteresse! In realtà, come è falso il castigo di Dio così lo è il premio, e altrettanto lo è ogni morale religiosa della "santità"!

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Morale sessuale? Ma, è come dire morale digestiva, o respiratoria! In realtà il sesso non è né morale né immorale, proprio come non lo sono tutti gli altri apparati costituenti l’anatomia e la fisiologia del nostro organismo. Si tratta invece di qualcosa del tutto e per tutto naturale, e anche i particolari "gusti" di ciascuno non siamo noi a deciderli, e ce li ritroviamo senza sapere il perché. E quindi come possono ritenersi colpevoli? Non si può! Anche i peggiori delitti a sfondo sessuale, per quanto orribili possano essere, non sono compiuti da un criminale, bensì da un malato; che dunque non è meritevole di pena, bensì di cura. Ma a parte questi dettagli, quando è sano e naturale il sesso non è per un bel niente sporco e peccaminoso, come insinuano i preti; quanto piuttosto di alquanto piacevole, come sapevano bene gli Antichi! E indispensabile alla nostra conservazione, per di più. Proprio come il cibo.

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L’egoismo è amorale, ma non immorale, poiché è del tutto naturale. Si tratta infatti dell’impulso prioritario di ogni vivente all’essere e al benessere, che si traduce in pratica nel conservare la vita, perseguire il piacere e rifuggire il dolore. Certo, negli uomini questo sentimento-atteggiamento assume dei connotati ben più marcati che non negli altri animali, perché solo essi nell’assecondare il loro egoismo riescono ad essere malvagi. L’ego è l’io, e per esso ciascuno sente ed è convinto di essere tutta quanta l’intera realtà, il centro a cui tutto il resto, secondario per importanza e valore, dev’essere riferito. Senza per altro nemmeno accorgersi del profondo contrasto fra tale esclusiva considerazione che ciascuno ha di sé e la quasi assoluta indifferenza con cui appare invece agli occhi degli altri. Essendo infatti generalizzato, l’egoismo riguarda praticamente tutti, comportando così che nessun io è escluso dal vedere gli altri nella loro incolmabile differenza di semplici e spesso insignificanti non-io.

martedì 20 gennaio 2009

Mitologia

Il mito rappresenta la prima forma di concezione e spiegazione del mondo che gli uomini si sono dati. Tutte le civiltà primitive hanno prodotto e utilizzato i propri miti, che infatti esistono numerosissimi. Quella mitica si può ben definire l'epoca infantile dell'umanità, che precede e supera di gran lunga in durata l'era propriamente storica. I miti sono infatti comparsi molto prima della scrittura, e venivano tramandati oralmente da una generazione all'altra. Non si sa di preciso quando e da chi sono stati creati, perciò sono considerati un patrimonio sociale, prodotto comune di tutto il gruppo cui appartenevano.
Ma che cos'è un mito. Si tratta di un racconto, molto fantasioso, che in genere narra di vicende che si presumono accadute in un passato lontanissimo. Più precisamente, ogni mito di solito sviluppa una storia sull'origine di qualche cosa, e per quanto siano tanto numerose e anche distanti geograficamente, è però sorprendente vedere come molte narrazioni mitiche si riferiscano così di frequente agli stessi elementi dei medesimi fatti. La maggior parte dei miti muove infatti dalla descrizione di un caos (disordine) primordiale, originario, cui segue la descrizione del passaggio al cosmo (ordine), ossia la nascita del mondo, la generazione degli dèi e degli uomini. Agli dèi viene poi assegnata la creazione praticamente di tutte le cose. Dai fenomeni naturali, quali il vento, la pioggia, le calamità, ecc.; agli stessi oggetti della natura: corpi celesti, montagne, fiumi, ecc.; o ancora ai prodotti dell'ingegno umano, come l'uso del fuoco, l'agricoltura; fino agli stessi sentimenti e stati d'animo umani, come il coraggio o la paura, il piacere o il dolore, eccetera. L'intera realtà veniva dunque intesa e spiegata in base all'azione di queste numerose e variegate divinità, le quali nella vicenda mitica trovavano una loro sistemazione coerente. Per rendersi conto della cosa, che a noi può apparire sorprendente, bisogna capire la particolare natura della mentalità arcaica. In realtà l'uomo primitivo viveva in un certo senso alla rovescia, comportandosi più o meno allo stesso modo di un bambino, semplicemente perché era questo lo stadio raggiunto dal suo sviluppo evolutivo. Come i bambini attribuiscono spesso ai loro giocattoli un'esistenza reale, ulteriore a quella del loro essere semplici oggetti, senza distinguere così le loro fantasie dalla realtà effettiva; così per molti aspetti gli uomini "selvaggi" delle origini. I quali animizzavano tutti gli aspetti della loro esperienza, cioè assegnavano una vita propria, indipendente, ad ogni evento, intorno e dentro di loro, considerandolo in balìa di forze misteriose. In breve, essi stravolgevano la realtà, e condizionavano la loro esistenza in base a tale visione distorta. Proprio come i bambini nei primi anni della loro vita, gli uomini preistorici non possedevano chiara la distinzione tra sé stessi e la natura, né riuscivano a considerare la loro vita psichica come qualcosa di proprio. Credevano invece che tutto ciò fosse creazione e azione degli dèi. Per compensare la loro ignoranza su ogni cosa essi divinizzavano ogni cosa, attribuendola appunto all'opera e alla volontà di queste figure mitiche.
Nemmeno a dire poi che questi dèi siano stati per così dire rivelati. È evidente infatti come sono stati proprio loro, gli uomini, ad averli inventati, ad un certo punto della loro storia, solo per dare un senso alle cose. E proprio in quanto frutto della fantasia i miti sono giustamente considerati un prodotto di arte poetica vera e propria. Né è un caso che gli dèi primitivi siano stati concepiti a immagine e somiglianza dell'uomo. Non solo il loro aspetto fisico, ma anche il carattere, i sentimenti contrastanti, i comportamenti, venivano considerati tipicamente umani. Erano uomini idealizzati, certo, modelli di umanità, superiori in bellezza e forza, ma che avevano anche i difetti degli uomini reali, come la volubilità, l'ira, la vendetta, l'invidia, eccetera. Erano dèi antropomorfi, dunque, o sia appunto a forma di uomini. I quali dèi, oltre ad essere considerati gli agenti della vita interiore, venivano soprattutto proiettati negli oggetti esterni e nei fenomeni naturali, come gli attori di tutte le cose. Di qui quella personificazione della natura propria e caratteristica di tutte le culture primitive. Da qui, diciamo pure, l'origine della superstizione, la credenza in queste forze misteriose, insieme alla convinzione che si potessero però controllare e dominare in qualche modo con i dovuti riti propiziatori, culti, sacrifici e quant'altro. Da qui anche, infine, la comparsa di quegli individui specializzati in tali pratiche, vale a dire maghi, stregoni, sciamani, sacerdoti, ecc., uomini che si dedicano esclusivamente a mediare i rapporti tra i membri della comunità e gli dèi, e che proprio perciò assumono fin da subito un ruolo sociale di deciso rilievo.
Ma non per questo il mito non è stata una cosa seria. Al contrario, esso ha rappresentato la cultura e il sapere di quel determinato popolo che in quella determinata epoca lo ha prodotto e fatto proprio. Certo, la sua caratteristica principale era il contesto sacrale, l'impostazione magico-religiosa, ma è rilevante altresì la funzione sociale, educativa e morale, che esso ha assolto all'alba della civiltà. Il mito era un racconto fantasioso, sì, che però, a differenza del romanzo o della favola, pretendeva di dire la verità, e ad esso bisognava credere e aderire con fiducia. Il mito aveva la duplice funzione di spiegazione della realtà e insieme di legittimazione, garanzia della validità di tale spiegazione. Ha avuto quindi la sua ragion d'essere, è ovvio, per cui era praticamente impensabile e impossibile sottrarsi al suo dominio, se non al prezzo di essere quantomeno giudicato reo, ma anche cacciato dalla comunità, o addirittura giustiziato. Inutile ricordare infine come la mitologia classica originaria della nostra cultura sia stata quella degli antichi Greci. I famosi dèi dell'Olimpo, ripresi in seguito di sana pianta dai Romani, i quali si limitarono praticamente soltanto a cambiar loro il nome.