È degno di interesse andare a ricercare le vicende storiche e i significati del Giubileo. Scoprire l’origine ebraica di questa istituzione, imposta direttamente da Dio, con i suoi singolari, contrastanti contenuti; nonché sul paragone con l’attuale Giubileo cattolico. Di quest'ultimo, quando gli tocca, si sente spesso dire sui mezzi di informazione, oltre che, ovviamente, nelle chiese; così che tutti capiscono cos’è quando ne sentono parlare. Ma poi in pochi, anche tra i credenti, sanno poi a spiegare di cosa effettivamente si tratta. A dimostrare la verità del fatto che una cosa, pure se nota, non vuol dire che per questo sia anche conosciuta. Ebbene proprio perciò questo Giubileo vogliamo farlo brevemente oggetto della nostra attenzione, per tentare di capire qual’è il suo reale significato e prenderne così in qualche modo coscienza. Anche perché i giornali e gli altri mezzi in questo non aiutano: essi danno bensì le notizie relative al nostro argomento, quando se ne presenta l'occasione, ma più in quanto lo si considera un evento di rilevanza economica e folclorica, che non su ciò che il Giubileo sia in sé stesso; la qual cosa viene evidentemente data per scontata, nella supposizione appunto che essa sia già risaputa. Il nostro approccio, invece, è essenzialmente storico, quindi in un certo senso opposto, perché con esso tralasciamo l’immediatezza del presente e andiamo per così dire a rovistare nel passato. Anche se, certo, lo facciamo allo scopo di capire il nostro tempo attuale. Per una concezione del genere, che privilegia e tiene conto di questo tipo di sapere storico, un oggetto compreso nel suo sorgere originario, nel suo conseguente sviluppo e progresso evolutivo - quello che si dice un oggetto storicamente determinato - diventa un oggetto per noi, nel senso che lo conosciamo, e dunque in un certo senso lo possediamo, così come esso è secondo la sua natura, nel suo significato reale e autentico. Ora, venendo a questo particolare oggetto di cui si tratta qui, qualche problema sorge a causa della sua natura religiosa. La fonte principale delle nostre informazioni in merito è infatti la Bibbia, che sebbene sia un libro storico, però non è certo un libro di storia. O quantomeno, se vi sono notizie realmente storiche, esse sono assolutamente marginali rispetto al contesto complessivo del libro. Sarà quindi opportuno tener presenti queste particolari circostanze, condizionate appunto sia dalla natura dell’oggetto con cui abbiamo a che fare, che dalla fonte da cui traiamo le informazioni su di esso. Prima di scendere nel dettaglio infine, ancora una breve precisazione di carattere etimologico, sul significato della parola. Il termine Giubileo non va confuso infatti con il sostantivo "giubilo" ed il relativo verbo "giubilare", come potrebbe sembrare a prima vista. In questa accezione abbiamo infatti a che fare con il significato di gioia, esultanza; ed il verbo - di origine imitativa (fare iù iù) - vuol dire appunto esultare, gridare di gioia. Il che, anche se non lo esclude, non è però il caso nostro. Giubileo è invece una parola di origine ebraica, proprio perché furono essi, gli Ebrei, i primi ad istituire un’usanza di questo genere. Precisamente, il termine deriva da jôbël, che significa "capro", in quanto era con il suono del corno di questo animale che i sacerdoti annunciavano appunto l’avvento dell’anno giubilare. Sì, poiché anche per gli Ebrei, e in questo senso così come per noi oggi, il Giubileo consisteva in una particolare ricorrenza che durava essa stessa un anno, e si doveva celebrare ogni prestabilito numero di anni che passavano.
Come abbiamo detto, la nostra principale fonte di informazioni è la Bibbia, e precisamente il Levitico, uno dei primi cinque libri (Pentateuco) attribuiti a Mosè. Tutte le citazioni del presente articolo sono tratte da questo libro della Bibbia, più in particolare dal capitolo 25, versetti 8-55, che è appunto il luogo dove è trattato il nostro tema. Veramente, da questo testo risulta che è lo stesso Dio a parlare in prima persona, ma si capisce che egli si rivolge appunto a Mosè, il quale avrebbe quindi in seguito trascritto questo insolito colloquio. Il contesto consiste in tutta una serie di prescrizioni che la divinità ordina debbono essere eseguite. Si tratta di comandi e divieti, prescrizioni relative a ciò che il popolo doveva e non doveva fare, principalmente per quello che riguardava l’alimentazione e le varie pratiche rituali del culto che i fedeli erano tenuti ad osservare.
Tra le tante indicazioni da seguire, appunto, anche la celebrazione del Giubileo. Il quale rientra a sua volta in un più articolato e assai singolare sistema di conteggio del tempo. Cioè a dire, il tempo che scorre viene scandito sulla base di un numero fisso, che è il sette. Viene così ad esserci il «sabato», ogni sette giorni, in cui Dio obbliga tutti a riposare. Poi viene prescritto l’«anno sabatico», ogni sette anni, che è l’anno di riposo per la terra, periodo durante il quale è perciò vietato lavorare i campi. Infine c’è l’«anno del Giubileo», ogni «sette settimane di anni», ossia ogni «sette volte sette (49) anni». E qui la prescrizione si fa più articolata, ma perciò stesso anche più interessante per la nostra curiosità. In primo luogo, come quello sabatico, anche il cinquantesimo anno - «santo» e «sacro» - dev’essere dedicato al riposo della terra, per cui è proibito seminare: «mangerete quello che la campagna produce spontaneamente», ordina il Signore. Inoltre, per questa ricorrenza sono previste anche tutta una serie di misure per così dire economiche, le quali colpiscono perché - pur con le dovute cautele - fanno pensare senz’altro, almeno per alcuni aspetti, ad un’antica, inedita forma di socialismo del Dio biblico. Il quale impone infatti di proclamare il Giubileo «anno di libertà nel paese per tutti i suoi abitanti». Occorrendo sottolineare che non si tratta di una libertà puramente formale, cioè semplicemente interiore, come pure ci si aspetterebbe dal contesto in cui ci troviamo. Al contrario, la regole istituite per questa circostanza sono tali da incidere materialmente, cioè concretamente, sulla vita economica e quindi sociale degli individui.
Per venire al dunque, nel periodo dell’anno giubilare viene prescritto che tutti hanno il diritto di rientrare in possesso della propria terra, qualora l’abbiano in precedenza eventualmente venduta per un qualsiasi motivo. L’istituzione di questo «diritto di riscatto» delle terre è dunque a favore dei vecchi proprietari, e per esso chi vende sa che al prossimo Giubileo, se non lui i suoi eredi, si riprenderà indietro ciò che era suo. Insomma, al posto della tradizionale compravendita, al posto e contro la legge per così dire naturale del mercato, viene prevista questa forma di affitto a lunga scadenza. Certo, questo lo sa anche chi compra. Per quest’ultimo la legge si limita a stabilire che il prezzo del suo acquisto varierà in funzione del periodo in cui avviene lo scambio, ossia sarà tanto più alto quanto maggiore è il tempo che dovrà trascorrere per il Giubileo successivo. In ogni caso poi, a quella scadenza, egli sarà tenuto a restituire al vecchio proprietario il terreno che aveva comprato, o piuttosto appunto affittato. Così il Signore spiega queste sue prescrizioni: «Non si vendano le terre per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me soltanto come forestieri e ospiti». Fatte ovviamente le dovute proporzioni, ci troviamo qui senza dubbio di fronte a un Dio che proclama il principio di inalienabilità della terra, la quale viene considerata un diritto naturale di tutti; o, se si vuole, che non deve appartenere a nessuno. Un Dio che a tale scopo si pone così contro l’accumulazione della proprietà fondiaria, e che sancisce giuridicamente questo divieto appunto con l’istituzione del Giubileo. Certo, evidentemente dal testo biblico non si possono trarre motivazioni o fini politici e sociali come li intendiamo oggi; ma, nella concezione che emerge da quanto appena visto, è chiaro e netto l’indirizzo a favore di una forma di uguaglianza e di giustizia, di democrazia insomma, e una forma realmente concreta, economica e sociale, di democrazia. Il che, per quei tempi, evidentemente non è poco. Una concezione tale per cui, a chi abbia un pò di familiarità con Rousseau o Marx, per quanto paradossale possa sembrare, il paragone vien da sé.
Ma questo non è tutto. C’è anche il rovescio della medaglia. Inoltre infatti, il Signore prescrive al suo popolo che per il Giubileo vengano rimessi anche i debiti. E si badi bene, ancora una volta, i debiti reali, quelli economici verso gli altri uomini, e non quelli morali verso Dio. Nella fattispecie, se un membro della società, per questo motivo, si riduce in schiavitù, allora viene stabilito che con l’anno giubilare costui tornerà in libertà. Il che è notevole anche questo; sebbene certo, ogni cinquant’anni; chissà, con questo sistema, nel frattempo quante generazioni di schiavi saranno comunque tali per tutta la vita. Ma non è tanto questo, quanto piuttosto il fatto che in più, poi, sempre a proposito della schiavitù - questa ben determinata categoria economica dell’antichità - viene aggiunta una precisazione, e cioè che questa regola della liberazione vale solo per gli schiavi ebrei. « Il servo o la serva da tenere a tuo servizio - è sempre il Signore che parla a Mosè - li comprerai tra le genti circonvicine. [...] Questi servi saranno vostri in perpetuo, e li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro possesso, e saranno per sempre servi vostri ». E con ciò siamo di fronte a una concezione esattamente opposta rispetto alla precedente, che rivela una patente contraddizione di Dio con sé stesso, o quantomeno di chi per lui ha redatto il testo che abbiamo citato. È evidente comunque che, chiunque sia stato a scrivere quelle parole, si capisce che l’ha fatto proprio allora, quando la schiavitù era un ordinamento assai diffuso nelle società, e appariva come un’istituzione pressoché naturale, per cui non suscitava evidentemente nessuno sconcerto o scandalo di sorta.
E questo è insomma il contenuto originario di quel Giubileo che celebriamo ancora oggi. Il quale nostro, certo, pur avendo analogie con quello, ne differisce però negli aspetti più sostanziali. In primo luogo il Giubileo noi lo osserviamo realmente, mentre quello ebraico non è storicamente accertato che essi lo abbiano mai realmente attuato, né così come lo prescrive il testo sacro, né in altro modo. Si sa che essi osservavano l’anno sabatico, ma fino a quando non vennero invasi e conquistati dai Romani, circa duemila anni fa, con il che anche questa usanza si estinse. E a tutt’oggi gli Ebrei non osservano più che il sabato.
Un’altra differenza evidente, poi, sta nell’origine stessa del nostro Giubileo. Mentre quello degli Ebrei lo abbiamo visto essere stato istituito direttamente da Dio, presso di noi è stato invece un Papa a farlo, e precisamente Bonifacio VIII, nell’anno1300. Un Papa di quelli che hanno fatto storia, anche perché è l’epoca stessa ad essere caratterizzata da profondi mutamenti. Siamo agli sgoccioli del Medioevo, una fase di passaggio che segna la rottura con i quasi mille anni di storia trascorsi. Un momento drammatico in ogni caso, soprattutto per la Chiesa, che ha rappresentato uno dei poteri forti per tutto il lungo corso di questi secoli. Com’è noto l’epoca medievale è dominata dalla presenza delle due istituzioni universali, l’Impero e il Papato, continuamente alleati e allo stesso tempo in perpetuo conflitto tra loro per la pretesa supremazia dell’uno sull’altro. Evidentemente non possiamo soffermarci qui sui particolari di questa storia, senz’altro istruttiva e per molti versi scandalosa. Diciamo che quello di Bonifacio è l’ultimo tentativo di restaurazione dell’ideale teocratico, quello che sancisce appunto la priorità del potere spirituale su quello temporale, in questo caso pretesa nei confronti del re di Francia Filippo il Bello. Tentativo però fallito, concluso con l’umiliazione del Pontefice schiaffeggiato ad Anagni poche settimane prima di morire, nel 1303, e seguito da un ulteriore periodo buio di profonda decadenza, con il trasferimento della sede pontificia da Roma ad Avignone, dove resterà per circa settant’anni sotto l’ingerenza dei re francesi.
Tutto ciò nonostante l’evento giubilare, che pure, per il grande successo ottenuto, per il risveglio dello spirito religioso che ha comportato, aveva contribuito notevolmente a ridare ossigeno alla credibilità e al prestigio della Chiesa, sanzionandone la funzione universalistica; ma evidentemente non abbastanza. Infatti sembra che il primo Giubileo cristiano sia stato istituito, come dire, a furor di popolo. Risulta infatti che la sera del 1º Gennaio del 1300 una gran massa di persone si sia radunata in S. Pietro, e così nei giorni successivi. Influenzata certamente da tutta una serie di movimenti che erano sorti in quegli anni, e che premevano per un cambiamento della Chiesa, questa moltitudine cercava un segnale di rinnovamento, che concretamente si traduceva nella richiesta di un perdono straordinario, ossia generale, per tutti. Sicché il Papa, di fronte a tale situazione, pensò bene appunto ad un Giubileo universale, che egli istituì e concesse con una bolla emessa nel Febbraio di quello stesso anno. Il suo decreto prevedeva che l’avvenimento avrebbe dovuto ricorrere ogni cento anni, ma tale scadenza fu poi modificata dai papi successivi, prima ad ogni cinquant’anni e poi a trentatre, finché da ultimo, nel 1470, fu fissata definitivamente ad ogni venticinque anni, com’è usanza ancora oggi.
Per venire poi alle analogie del nostro Giubileo con quello ebreo, schematicamente, si possono ricondurre al nome, che è certamente tratto dal contesto biblico di cui sopra; e il fatto che anch’esso, come abbiamo visto, si celebra alla scadenza di un tot numero di anni che si è stabilito debbano trascorrere. Infine, c’è anche un altro tratto comune, che rappresenta però al tempo stesso la differenza di fondo. Sarebbe a dire che anche il Giubileo cristiano consiste in una forma di remissione dei debiti, ma che proprio nella natura di questi ultimi sta la sua diversità sostanziale rispetto a quello ebraico. Il quale abbiamo visto prevedeva l’estinzione dei debiti realmente materiali, quelli concretamente economici. Per il nostro Giubileo invece si tratta di debiti spirituali, ossia le colpe morali, i peccati, la cui remissione consiste propriamente in tutta una serie di rituali, finalizzati appunto ad ottenere l’indulgenza e il perdono. Il fedele è tenuto a fare un determinato numero di visite in determinate chiese, insieme ad un determinato numero di confessioni, penitenze, digiuni, comunioni, offerte e quant’altro. Nemmeno a dire come da qui prese forma lo scandalo di quel vero e proprio mercato delle indulgenze, contro il quale si scaglierà Lutero due secoli più tardi. Ma il punto focale è che mentre quello ebraico, almeno nelle intenzioni, andava ad intaccare concretamente la condizione di esistenza degli uomini, in quanto incideva direttamente sulla loro vita sociale; il nostro Giubileo si risolve invece tutto nell’ambito dell’interiorità, nella coscienza; insomma, nella sfera privata dell’individuo, dove può accadere di tutto, senza però che in realtà, cioè nella concreta vita quotidiana, cambi veramente nulla. Il che, certo, è coerente e conseguente con la natura religiosa del fenomeno di cui stiamo trattando. Casomai, quello che invece colpisce è proprio l’elemento ‘rivoluzionario’ che si rintraccia nella concezione del Giubileo ebraico; il quale infatti, guarda caso, non è mai stato osservato.
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