mercoledì 17 dicembre 2008

Filosofia del lavoro



A qualcuno che chiedesse che cosa o chi sia l'uomo, c'è una definizione che per rispondergli calza a pennello: l’animale che lavora! Già, è proprio questo che siamo. È probabile che sentire una cosa del genere può lasciare un po di sconcerto, almeno sulle prime, senza aver ascoltato il seguito. E ci sarà anche chi, a udire quelle parole se ne risentirà subito, pensando che l'uomo sia tutt'altra cosa, e tanto meno un animale! A ragione, in parte, perché in effetti l'uomo non è solo un essere lavoratore, bensì anche tante altre cose, e anzi che sia il più possibile tante cose differenti! Però ciò non toglie una virgola al fatto che la natura specifica di noi altri, la nostra vera essenza, sia proprio il lavoro, quella proprietà attiva e attività propria che veramente ci rende così unici rispetto agli altri esseri. E il lavoro è così essenziale in quanto tutti gli altri caratteri della nostra umanità, anche quelli più elevati, non sono che una sua derivazione conseguente. Perciò è proprio questa l'attività che ci differenzia realmente dagli altri animali. Infatti quella che abbiamo dato dell'uomo è una definizione logica a tutti gli effetti, in quanto contiene sia la sua appartenenza al mondo animale, ma sia anche l'attività peculiare sua propria che lo distingue tra tutti, quella che solo lui svolge. Perché, come sarà presto chiaro, gli altri animali non lavorano affatto, come forse potrebbe sembrare a prima vista; piutttosto erano gli uomini che, prima di iniziare a lavorare, vivevano alla loro stregua.
Certamente si può dire che l’uomo si distingue per molte e ben altre cose dal resto degli animali, ed è vero. Basti considerare l’intelligenza, lo "spirito", il linguaggio, la stessa costituzione del corpo. Rispetto a tutti gli altri egli possiede quelle qualità sue che lo distinguono, come il pensare, il parlare, l'avere i piedi per camminare, quindi l'usare liberamente le mani. A questo proposito ecco un'altra definizione valida di uomo, enunciata già nell'antichità: l'animale bipede. Perché in effetti anche i piedi ci distinguono, essendo qualcosa di cui solo noi disponiamo; li abbiamo sviluppati per la nostra andatura eretta, a differenza dei quadrumani che hanno continuato a vivere sugli alberi. Ma questa, per quanto così importante, non è che una di quelle circostanze che tutte insieme hanno stimolato il volume del nostro cervello a crescere. Tutte circostanze indispensabili all'evoluzione umana, che sono però ancora solo i presupposti naturali, cioè necessari, affinché si verificasse il fatto principale di questo essere che, ad un certo punto, si inventa di mettersi a lavorare. Perché evidentemente non è che l’uomo l'abbia sempre svolta, tale attività. Egli doveva essere adatto per questa cosa, è ovvio, ed è la Natura stessa ad averlo disposto a ciò. Tutto il resto però, tutto ciò che ha seguito quel fatidico momento in cui ha iniziato a farlo, tutte quelle "cose" che differenziano e caratterizzano l’uomo in quanto tale - come l’arte, la religione, la filosofia, la scienza, il diritto, la morale, la politica, l’economia e quant'altro si vuole - non sono che conseguenza, risultato, frutto dello sviluppo del lavoro umano. Il quale appunto perciò ha avuto ed ha un ruolo così centrale in tutto ciò che riguarda le vicende della nostra specie, tanto nella realtà pratica presente, quanto nella comprensione teorica della storia passata. E si badi che questo discorso ha una validità indipendente rispetto a come sono strutturati i rapporti sociali che organizzano il lavoro; cioè vale in ogni caso prima di tutto, tanto che si tratti del rapporto antico dello schiavo che lavorava per il padrone, quanto di quello attuale del lavoratore salariato che lavora per l'imprenditore. Qui si tratta insomma di filosofia del lavoro proprio nel senso di una forma di sapere che precede e caso mai anticipa, per il lavoratore ovviamente, la battaglia sindacale e politica. Perché solo sapendo in realtà cos'è, il lavoro, allora si capirà a dovere quanto il suo com'è sia sempre stato e sia tuttora così ignobile.
Ma andiamo per gradi. L’uomo non ha sempre lavorato, dunque. Anzi in realtà, rispetto a quando come genere è comparso sulla faccia della Terra, due-tre milioni di anni fa, ha iniziato a farlo decisamente molto tardi! Prima ha dovuto percorrere un lungo processo di ominazione, evolvendo attraverso specie distinte di ominidi, che sono man mano estinte, fino al nostro genere attuale, che è datato centomila anni circa. E sebbene in questo lunghissimo frattempo abbia fatto comunque degli enormi progressi, non ha però preso a lavorare in senso proprio che molto più tardi ancora, cioè da otto-diecimila anni appena. Vedere un attimo come e perché è successo servirà anche a capire che cos’è, alla fine, il lavoro. Allora, come ha fatto il genere umano a vivere per milioni di anni senza lavorare? Praticamente per tutta la preistoria, che è di così tanto più lunga durata della storia? Ebbene, ha fatto né più né meno proprio come gli altri animali, sfruttando cioè le risorse fornite direttamente dall’ambiente naturale. Così le sue attività principali erano la caccia e la raccolta, praticate rispettivamente dagli uomini e dalle donne. Dunque esattamente con gli stessi comportamenti di ogni altro essere che deve darsi da fare per cercare in qualche modo di sopravvivere. Per questo non si può dire che l’uomo abbia lavorato, allora, appunto perché il suo stile di vita non si differenziava ancora sostanzialmente da quello degli altri animali. Egli si limitava a fruire di ciò che la Natura gli metteva immediatamente a disposizione: selvaggina, pescato o frutti spontanei della terra che fossero. Eppure, durante il lungo corso dei milioni di anni trascorsi dalla loro comparsa, in cui vivevano in pratica come gli altri animali, gli uomini non hanno per questo smesso di evolversi; e, anche se molto lentamente, hanno progredito di continuo, da tutti i punti di vista. Prima di tutto l’uomo è cambiato nell’aspetto. Già dal punto di vista anatomico-fisiologico, il corpo ha subìto un'evoluzione sorprendente, se paragonato a quello degli altri Primati. Infatti i piedi, le mani, la configuazione del bacino, l'innesto verticale della testa rispetto al collo: sono tutte modificazioni rese necessarie dall'andatura eretta. Ma la modificazione principale che riassume tutte le altre è stata senz'altro l’aumento della capacità cranica, vale a dire del volume del cervello, il quale è praticamente raddoppiato dai più o meno 700 cm cubi originari ai 1400 attuali. E non solo all'uomo è cresciuto l'organo della conoscenza, ma gli si sono anche ingentiliti i lineamenti del volto! Per quello che riguarda invece il progresso tecnico, fin dalla sua prima comparsa il genere umano ha fatto uso di pietre scheggiate, ciottoli resi rozzamente taglienti da un lato, impugnati a mano e adoperati per tutti gli scopi possibili, come colpire le prede, trinciare la carne, tagliare rami, scavare il terreno, eccetera. L’esistenza di questo solo strumento e le relative, limitate attività che esso permetteva, si protraggono per moltissimo tempo. La prima svolta importante si è avuta con il controllo e l’uso del fuoco, datato ad almeno 400.000 anni fa, perché questa è l’età del focolare più antico rinvenuto finora, trovato in Cina. Le conseguenze di questa scoperta o invenzione sono state evidentemente numerose e notevoli. Si pensi solo che prima di allora gli uomini erano esposti al buio e al freddo, ancora non potevano abitare le caverne, né potevano essere in grado di cuocere il cibo. Prima ancora della comparsa della nostra specie si producono poi anche i primi utensili specifici per la lavorazione delle pelli, nonché le prime armi, asce e lance, costituite di pietre ammanicate al legno. In seguito ancora, a partire dai centomila anni fa, gli uomini hanno cominciato a utilizzare nuovi materiali, come l’osso e il corno, per produrre vari utensili quali aghi, coltelli, arpioni. Inoltre hanno anche inventato l’arco, la prima arma a propulsione, che nei suoi princìpi e meccanismi resterà inalterata fino all’invenzione delle armi da fuoco. Dal punto di vista culturale, infine, si sviluppa e allarga pian piano la struttura e l’organizzazione sociale dei gruppi umani, insieme alle prime forme d’arte e di religione.
Resta il fatto però che fino agli otto-diecimila anni fa di cui dicevamo, nonostante i passi avanti fatti nel lungo frattempo, certamente non si può dire che gli uomini lavorassero ancora. Perché ciò si verificasse, perché si segnasse questa svolta epocale, del cominciamento dell’attività propriamente lavorativa dell’uomo, era necessario che egli mutasse, e anzi capovolgesse il suo ruolo nei confronti della Natura, fino ad allora passivo come quello di ogni altra specie animale. Ma a tale scopo egli doveva per prima cosa compiere un'operazione conoscitiva, scoprire cioè un qualche segreto della Natura, comprendere i meccanismi e le leggi che la regolano. Eh sì, poiché solo così e solo con ciò avrebbe potuto dominarla e piegarla ai suoi scopi, sfruttandola a proprio vantaggio. Ecco quindi cos’è il lavoro: un rapporto attivo dell’uomo con la Natura. Rapporto che si configura in una sorta di superamento della Natura stessa, un andare in qualche modo al di là o al di sopra di essa; perché appunto arrivando a conoscerla, è diventato capace di modificarla e sfruttarla a comodo suo. Così il lavoro esprime al tempo stesso tanto la natura propria degli uomini, scaltri e intelligenti, quanto una sorta di umanizzazione della Natura; la quale, sebbene sempre obbediente a sé stessa e alle sue leggi, però si piega al dominio del sapere e del volere umano.
Ma infine qual’è stata la prima, decisiva scoperta? Quella dell’agricoltura! Una vera, anzi la prima grande rivoluzione della storia umana. E sono state le donne a farla, guarda un po, appunto diecimila anni fa circa. Loro che, addette alla raccolta, a quel punto si sono rese conto come, piantando un seme e curandolo adeguatamente, la terra produceva una nuova pianta con gli stessi semi, in un ciclo continuo. Potrà sembrare banale, ma è stato un momento veramente epocale, per davvero l'evento che ha segnato l'inizio della nostra vicenda storica. Anzi, si può ben dire come esso abbia segnato il passo, o meglio il salto, dalla preistoria alla storia. Perciò si parla giustamente di rivoluzione agricola, perché è questa l’attività che ha costituito da allora in poi la base fondamentale di tutto il nostro sviluppo economico e sociale. Così si capisce perché dire che il lavoro è l'uomo significa che per lui esso è la vita. Perché con l'avvento di tale attività gli uomini provvedono alla produzione dei mezzi necessari alla loro sussistenza. Essi non devono più andare a cercare qua e là, affidandosi alla prodigalità della Natura, perché attraverso il lavoro ora producono direttamente ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere. C’è da aggiungere che, insieme all’agricoltura, si è poi sviluppata parallelamente un’altra attività essenziale che si può definire altresì lavorativa, ossia l’addomesticamento e l’allevamento degli animali. Così, in definitiva, è con la trasformazione delle donne raccoglitrici in contadine, e con quella degli uomini cacciatori in pastori, che il genere umano ha inaugurato effettivamente il proprio nuovo, inedito stile di vita. Stile che poi è praticamente rimasto immutato per migliaia di anni, fino a soli due secoli fa, quando una nuova rivoluzione del genere, quella industriale, farà la sua comparsa sulla scena della storia, modificandone di nuovo radicalmente il corso.
Già da queste concise affermazioni si capisce cos'è il lavoro, e perché costituisca quindi la base reale, concretamente materiale, del mondo umano. Infatti è attraverso la sua organizzazione e realizzazione che si ordisce la trama dei rapporti sociali, sia degli uomini fra di loro, che tra loro e la Natura. Guardiamoci attorno. Tutto quello che vediamo, a parte la Natura stessa, è prodotto del e dal lavoro umano. Perciò si tratta della nostra attività realmente principale e vitale. Certo, è sempre la Natura a fornire le materie prime e l’energia; solo che nel suo rapporto con essa, l’uomo non è più semplicemente passivo, affidandosi a essa come gli altri animali, bensì la conosce, impara e si dà da fare attivamente per trasformare e utilizzare con profitto tutte le sue risorse. Lavora, appunto. Poi, com'è che il lavoro si sia sempre rivelato per il lavoratore la cosa più dannosa e funesta, è un altro discorso! Tutto si deve al fatto che l'uomo, dopo aver preso a sfruttare la Natura, ha ben presto pensato di sfruttare i suoi simili. E siccome il lavoro crea ricchezza, non è mai è mancato chi in un modo o nell'altro ha pensato bene di appropriarsene a spese degli altri. Una volta lo si faceva con la forza bella e buona, mentre oggi lo si fa con più "liberalità", attraverso il denaro!

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