giorgiorst@gmail.com
Che cos’è la vita? Lasciando da parte le mitologie, se si vuol cominciare a rispondere e capire basta guardarci attorno. Così vediamo che in Natura possiamo distinguere tre regni principali, o sia tre tipi fondamentali di esseri con cui abbiamo a che fare: minerale, vegetale e animale. In più siamo circondati da tutte le cose manufatte dall’uomo, le cui materie prime derivano però sempre dal mondo naturale. Si capisce quindi che non abbiamo esperienza se non di corpi materiali. E non si tratta di un pregiudizio filosofico, poiché questo è proprio ciò che ci insegnano le stesse scienze naturali. E la cosa è ancora più semplificabile, poiché tutti i corpi possibili, alla fine, si possono distinguere non in tre, ma in due soli tipi: da una parte i minerali naturali e le cose artificiali, biologicamente inerti; e dall’altra gli organismi viventi, vegetali o animali che siano. Così è chiaro che il discrimine per dividere tutti i corpi esistenti in due possibili modi di essere sta nella qualità della materia di cui tali corpi sono costituiti: è la materia stessa infatti, alla fine, ad essere o meno dotata della qualità della vita. La prima specie di materia è dunque quella delle cose inanimate, dei corpi inerti, come possono esserlo un sasso, o una sedia, ma anche la Luna, le stelle e lo stesso intero Universo. Si tratta della materia inorganica, cioè priva di vita, e ciò che la distingue è l’essere consistente di atomi, con proprietà esclusivamente chimico-fisiche. Laddove l’altra, la materia organica, quella costituente i corpi degli esseri viventi (vegetali o animali), è invece costituita di cellule, e dotata per questo delle molto più complesse qualità biologiche. Stabilita questa del tutto evidente distinzione tra le due forme di materia e quindi tra i due tipi di corpi possibili, dobbiamo ora vedere più da vicino qual’è la loro differenza, il che ci porterà un passo avanti nel quesito sulla vita. Perché così capiremo anche il nesso che c’è tra le due materie esistenti, e ci renderemo conto di come a suo tempo, proprio all’origine della vita, sia accaduto qualcosa di impossibile oggi, ossia che l’una abbia potuto derivare dall’altra. Ma per rendersi conto di tutto ciò è indispensabile ricorrere agli argomenti della scienza chimica.
Ora, i corpi relativamente più semplici sono ovviamente quelli inerti, più elementari proprio perché privi di vita. Ebbene, come già detto, tutti i corpi di tal genere, costituiti di sola morta materia, hanno in comune questo alla base, che sono fatti di atomi. I quali atomi, pure già in sé stessi molto complessi, sono tuttavia i princìpi primi di ogni cosa (o anche, se si vuole, gli ultimi): insomma, ciò di cui ogni cosa è fatta e in cui alla fine si riduce. Non a caso la parola atomo, nella sua origine greca, vuol dire "indivisibile", o sia appunto non ulteriormente riducibile. In realtà l’atomo è divisibile e come, nelle particelle subatomiche che lo compongono, come i protoni, i neutroni, gli elettroni e altre ancora. Ma il discorso dell’irriducibilità degli atomi si riferisce alla qualità delle sostanze, e non agli atomi in sé stessi. Per esempio, se a un atomo d’oro togliamo un elettrone, quello non è più oro. Perciò gli atomi sono detti anche elementi chimici, perché appunto sono le particelle più elementari di ogni tipo di materia esistente. Così un atomo d’oro è la quantità di quel metallo più piccola possibile che si possa avere e che sia ancora oro; il che vale allo stesso modo per tutti gli altri elementi esistenti. Gli atomi sono presenti in natura, e se ne trovano 92 in tutto, alcuni abbondanti e altri molto rari. La maggior parte si trovano allo stato solido, una decina allo stato gassoso e uno solo, il mercurio, allo stato liquido. Inoltre esistono un’altra venticinquina di elementi artificiali, creati dall’uomo solo recentemente. Ebbene, ciascun atomo ha la proprietà di legarsi insieme ad altri, a formare le molecole, ossia i corpi composti appunto da più atomi. Prendiamo come esempio l’acqua. Ora, noi parliamo di molecole, e non di atomi d’acqua. Infatti ciascuna singola molecola d’acqua - che è in pratica la più piccola quantità di acqua che è ancora acqua - è formata e costituita da due atomi di idrogeno (simbolo chimico H) legati ad un atomo di ossigeno (O), con una proporzione tra i due elementi che è sempre quella (formula chimica dell’acqua: H2O). Altro esempio, il comune sale da cucina: si chiama cloruro di sodio (formula NaCl), ed è un composto di cui ciascuna molecola è formata da un atomo di sodio (Na) legato a uno di cloro (Cl). I legami chimici, poi, possono avvenire anche tra atomi uguali: ad esempio una molecola di ossigeno (O2), oppure una di cloro (Cl2), o di idrogeno (H2) eccetera, è costituita da due atomi dello stesso elemento legati tra loro. Ma questi sono i casi più semplici, e tuttosommato limitati. In genere le molecole possono essere molto più complesse, costituite da molti tipi di atomi, e tenute insieme da svariati tipi di legami chimici. Però qualsiasi possa essere la semplicità o complessità della molecola, per ciascun composto esistente la quantità (il numero) di ogni atomo è determinato e costante. E anche i legami, sia quelli tra gli atomi che formano ogni molecola, che quelli tra le molecole stesse, sono sempre strutturati secondo leggi di proporzioni matematiche, figure geometriche e meccanismi fisici ben precisi.
Ora, tutti questi atomi e composti fanno parte della Chimica inorganica. Ma c’è un altro ramo fondamentale di questa scienza, la Chimica organica. La quale però si occupa sempre di sostanze inerti, e non di corpi viventi, pur avendo a che fare con essi. Ciò che la distingue, infatti, è che si occupa di un solo singolo elemento, lasciando alla Chimica inorganica tutti gli altri. Questo elemento è l’atomo di carbonio (simbolo C), la cui importanza unica è dovuta al fatto che molti dei suoi numerosi composti hanno a che fare con proprio con la vita. Il carbonio è un elemento naturale, un atomo come gli altri, solo che è l’unico a possedere quelle proprietà che risultano essere state così determinanti proprio nella generazione ed evoluzione della vita, e più precisamente della stessa materia cellulare. Ora, la struttura chimica di questo atomo è così particolare perché gli permette di legarsi, oltre che ad altri elementi, anche a sé stesso, a formare molecole molto lunghe e complesse, vere e proprie catene di atomi, ognuna diversa dall’altra anche solo per la posizione o il numero di un unico atomo. Si capisce quindi come i composti del carbonio siano milioni, più numerosi dei composti di tutti gli altri elementi messi insieme, e perché essi vengano perciò studiati a parte. Inoltre la Chimica organica del carbonio ha a che fare con la vita in questo senso, che molti suoi composti sono prodotti direttamente da organismi viventi, vegetali o animali che siano, e fanno parte altresì della loro stessa costituzione. Tali sono infatti materie come gli zuccheri, i grassi, le proteine, le vitamine, gli stessi acidi nucleici che costituiscono il DNA delle cellule, eccetera. Tutti esempi di composti del carbonio essenziali per la loro funzione biologica, prodotti e ad un tempo produttori della vita. Ma tutte queste sostanze, ciascuna di per sé presa, non sono ancora la vita. Si tratta pur sempre ancora soltanto di atomi e molecole, che, sebbene vitali, non sono certo per questo anche viventi. Pure, la comparsa di tali sostanze del carbonio, inizialmente isolata qua e là, costituisce la premessa necessaria, poiché è proprio a partire dalla loro formazione-aggregazione-evoluzione chimica che deriverà l’assemblaggio delle prime cellule, o sia la materia vivente vera e propria.
Fatte queste indispensabili premesse, è possibile chiedersi ora quando e come è comparsa la vita sulla Terra. Certamente non subito, anche se relativamente presto. In principio si è formato il Sole, circa cinque miliardi di anni fa. La Terra, come gli altri pianeti, si è separata da esso e ha iniziato a girargli intorno quasi subito. Era molto calda, una massa di magma incandescente e priva di atmosfera, impossibile dunque per una qualsiasi forma di vita. Per prima cosa il pianeta ha dovuto raffreddarsi. Il che ha comportato la solidificazione della crosta terrestre, la formazione dell’acqua e di una prima atmosfera. A quell’epoca l’aria era irrespirabile, una cappa densa e oscura che limitava il passaggio dei raggi solari, priva di ossigeno, e costituita prevalentemente di gas che per noi oggi sarebbero letali. Eppure, paradossalmente, è proprio in tale situazione che la vita ha trovato il modo di attecchire, spontaneamente, comparendo nelle sue forme più semplici e primitive. Eh sì, perché se oggi è impossibile che la vita nasca e proliferi dalla non vita, ciò si è invece verificato proprio allora, quando le condizioni ambientali erano praticamente ancora invivibili. La comparsa della vita non è così altro che il risultato di una spontanea evoluzione chimica della materia organica, ma ancora inerte, preesistente. È cioè l’esito di tutta una serie di reazioni consecutive, rese possibili dalle condizioni ambientali presenti allora sul pianeta, che hanno prodotto composti man mano sempre più complessi, dalle molecole organiche fino alla formazione delle prime, più semplici tracce di materia vivente, fino alla comparsa delle prime cellule vere
lunedì 30 novembre 2009
Lavoro e denaro
Il lavoro è l’attività vitale degli uomini. Che pure, chissà perché, si rivela essere la più dannosa e funesta. Per capirlo è necessario saper distinguere il cos’è dal com’è, il lavoro, proprio perché le due cose non coincidono, purtroppo per chi lavora! Il fatto è che oggi, e da un pezzo ormai, si lavora per denaro, e lo si fa come se fosse una cosa del tutto naturale. Solo che senza sapere cosa siano in realtà né l'una né l'altra cosa, il lavoro e il denaro. Prima di tutto è bene sapere che non è stato ovviamente sempre così, bensì che questo sistema del denaro succede ormai da un paio di secoli a questa parte, e precisamente dall'avvento della Rivoluzione industriale in poi. In particolare con l'invenzione della macchina a vapore, che ha reso possibile un aumento enorme di quella che fino ad allora era stata la produzione dei beni di consumo, la quale dalla dimensione del laboratorio manifatturiero artigianale si è trasformata nella fabbrica vera e propria. Sia ben chiaro, non è che prima di quella svolta epocale i lavoratori stessero meglio, e anzi quella di diventare operai industriali fu paradossalmente per loro una sorta di liberazione dagli atavici vincoli feudali cui erano soggetti i braccianti contadini. Peccato che con quella "libertà" conquistata sono poi finiti subito dalla padella nella brace! Prima di quella rivoluzione infatti, e da ben diecimila anni, i lavoratori erano stati nella stragrande maggioranza contadini, asserviti agli esponenti della nobiltà e del clero, padroni delle terre. E a costoro toccava prestare la vita e l'opera in cambio di un miserabile sostentamento in natura, senza alcuna possibilità di sottrarsi a quella sorte. Ora si apriva per loro una nuova possibilità, erano "liberi" di lasciare i campi e andare in fabbrica, al "libero" servizio di quella nuova figura dell'imprenditore capitalista, il generale industriale pronto a dare gli ordini e farli lavorare in cambio di denaro. Denaro per il lavoratore, sotto forma di salario, e denaro per il capitalista, sotto forma di profitto! Insomma sempre di denaro si tratta, sebbene in due forme ben distinte, e anzi opposte!
Ora, la moneta esisteva già da ben prima di allora, ovviamente, e anche il suo uso capitale era in voga da ormai quattro o cinque secoli. Ma si trattava di un capitalismo commerciale, che riguardava principalmente la compravendita e il trasporto di merci di lusso da parte di ricchi mercanti per ricchi clienti aristocratici. Con l'avvento del capitalismo industriale invece, questo particolare uso del denaro riguarda anche gli stessi uomini lavoratori, oltre che le merci da loro prodotte. Insomma si crea, accanto al consueto mercato dei beni di consumo, un inedito «mercato del lavoro», vale a dire nien'altro che un "mercato di uomini"! Dove si recano uomini che vendono sé stessi per lavorare in cambio di denaro e uomini che comprano gli altri per farli lavorare! Il che, in un'economia di mercato, c'era quantomeno da aspettarselo!
Ma per capire meglio è necessario anche sapere che esiste un duplice uso che è possibile fare con il denaro: un uso naturale e uno appunto capitale. Con quest'ultimo che è proprio degli imprenditori, commerciali o industriali che siano; e il primo proprio di tutti gli altri, in genere lavoratori e consumatori, ma anche risparmiatori, elettori, telespettatori e quant'altro. Ebbene l'uso capitale è quello che pone il denaro come principio e fine dello scambio, laddove quello naturale è un uso del denaro come semplice mezzo di scambio. Partiamo con l'esempio primitivo del commerciante: costui detiene in mano il denaro, col quale compra una merce, che poi rivende ad un prezzo maggiorato. Il meccanismo imprenditoriale poi sarà sempre questo, di chi appunto mette per prendere, e anzi di chi tende a prendere alla fine il più possibile di quanto ha messo all'inizio. Si vede così come per costui il denaro è appunto il principio e il fine di tutto, laddove la merce che egli tratta non è che un mezzo per quello scopo che egli persegue. Spostiamoci invece ora al mercato del lavoro, dove la merce in compravendita sono appunto i lavoratori. Sì, perché se è vero che la propria libertà e dignità è qualcosa che non si può acquistare, però la si può benissimo vendere. Infatti, se non la propria, si può almeno comprare quella degli altri. Ma osserviamo la scena più da vicino. Innanzi tutto si vedrà come in realtà l’imprenditore non dà affatto lavoro, bensì lo cerca. Egli infatti non offre il lavoro, bensì il denaro, con il quale il lavoro appunto lo compra, lo comanda e lo fa fare.
Esattamente così come il lavoratore in realtà non domanda lavoro, bensì in effetti lo offre, e in cambio del denaro ubbidisce e fa il lavoro. Ed ecco anche che si spiega l'uso naturale che costui fa del denaro. Il lavoratore si presenta sul mercato senza niente in mano, non ha denaro e quindi non può comprare, a meno che prima non venda qualcosa che lo faccia incassare. E cos'ha da vendere, se non se stesso? Solo così egli riesce a ottenere quel denaro che poi gli servirà a comprare ciò che gli serve. Per costui dunque il denaro è un semplice mezzo, il cui fine è l'acquisto della merce di cui ha bisogno, allo scopo di consumarla.
Ebbene, si vede l'opposizione, anzi la contrapposizione che c'è tra i due modi possibili di usare il denaro? E che, per quanto possa funzionare perfettamente il meccanismo, pure si tratta di interessi esattamente contrari? Dell'imprenditore, che fa tutto per profitto, per accumulare denaro al denaro, e per il quale tutto il resto, la Natura e gli uomini compresi, non sono che un mezzo? Nonché del lavoratore che, ridotto a una merce tra le altre, fa tutto per un salario, per vivere e sopravvivere? Insomma, si vede o no che guadagnare del proprio lavoro è giusto, mentre profittare di quello altrui è ignobile, benché sia legittimo farlo? Se no, allora si è proprio ciechi!
Ora, la moneta esisteva già da ben prima di allora, ovviamente, e anche il suo uso capitale era in voga da ormai quattro o cinque secoli. Ma si trattava di un capitalismo commerciale, che riguardava principalmente la compravendita e il trasporto di merci di lusso da parte di ricchi mercanti per ricchi clienti aristocratici. Con l'avvento del capitalismo industriale invece, questo particolare uso del denaro riguarda anche gli stessi uomini lavoratori, oltre che le merci da loro prodotte. Insomma si crea, accanto al consueto mercato dei beni di consumo, un inedito «mercato del lavoro», vale a dire nien'altro che un "mercato di uomini"! Dove si recano uomini che vendono sé stessi per lavorare in cambio di denaro e uomini che comprano gli altri per farli lavorare! Il che, in un'economia di mercato, c'era quantomeno da aspettarselo!
Ma per capire meglio è necessario anche sapere che esiste un duplice uso che è possibile fare con il denaro: un uso naturale e uno appunto capitale. Con quest'ultimo che è proprio degli imprenditori, commerciali o industriali che siano; e il primo proprio di tutti gli altri, in genere lavoratori e consumatori, ma anche risparmiatori, elettori, telespettatori e quant'altro. Ebbene l'uso capitale è quello che pone il denaro come principio e fine dello scambio, laddove quello naturale è un uso del denaro come semplice mezzo di scambio. Partiamo con l'esempio primitivo del commerciante: costui detiene in mano il denaro, col quale compra una merce, che poi rivende ad un prezzo maggiorato. Il meccanismo imprenditoriale poi sarà sempre questo, di chi appunto mette per prendere, e anzi di chi tende a prendere alla fine il più possibile di quanto ha messo all'inizio. Si vede così come per costui il denaro è appunto il principio e il fine di tutto, laddove la merce che egli tratta non è che un mezzo per quello scopo che egli persegue. Spostiamoci invece ora al mercato del lavoro, dove la merce in compravendita sono appunto i lavoratori. Sì, perché se è vero che la propria libertà e dignità è qualcosa che non si può acquistare, però la si può benissimo vendere. Infatti, se non la propria, si può almeno comprare quella degli altri. Ma osserviamo la scena più da vicino. Innanzi tutto si vedrà come in realtà l’imprenditore non dà affatto lavoro, bensì lo cerca. Egli infatti non offre il lavoro, bensì il denaro, con il quale il lavoro appunto lo compra, lo comanda e lo fa fare.
Esattamente così come il lavoratore in realtà non domanda lavoro, bensì in effetti lo offre, e in cambio del denaro ubbidisce e fa il lavoro. Ed ecco anche che si spiega l'uso naturale che costui fa del denaro. Il lavoratore si presenta sul mercato senza niente in mano, non ha denaro e quindi non può comprare, a meno che prima non venda qualcosa che lo faccia incassare. E cos'ha da vendere, se non se stesso? Solo così egli riesce a ottenere quel denaro che poi gli servirà a comprare ciò che gli serve. Per costui dunque il denaro è un semplice mezzo, il cui fine è l'acquisto della merce di cui ha bisogno, allo scopo di consumarla.
Ebbene, si vede l'opposizione, anzi la contrapposizione che c'è tra i due modi possibili di usare il denaro? E che, per quanto possa funzionare perfettamente il meccanismo, pure si tratta di interessi esattamente contrari? Dell'imprenditore, che fa tutto per profitto, per accumulare denaro al denaro, e per il quale tutto il resto, la Natura e gli uomini compresi, non sono che un mezzo? Nonché del lavoratore che, ridotto a una merce tra le altre, fa tutto per un salario, per vivere e sopravvivere? Insomma, si vede o no che guadagnare del proprio lavoro è giusto, mentre profittare di quello altrui è ignobile, benché sia legittimo farlo? Se no, allora si è proprio ciechi!
venerdì 27 novembre 2009
Forza Roma
La storia romana è proprio una palla, con questa sfilza di imperatori che non finisce mai. E poi che "civiltà", questi Romani: giusto i fascisti potevano volerne rinverdire i fasti! Perché sia chiaro che la decadenza culturale e scientifica del mondo occidentale prende il via non tanto con il Medioevo, alla fine dell’impero romano, bensì già con gli stessi Romani. Ovviamente non è possibile dare un giudizio sommario, ma nemmeno si può negare come la civiltà di Roma non abbia fatto altro che man bassa della religione, la filosofia e la scienza greche, senza produrre alcunché di originale. La stessa lingua e letteratura latina che cos’altro è, in fondo, se non una traduzione del greco in latino? E anche a proposito dei loro monumenti, - della senz’altro straordinaria bellezza di ponti, acquedotti, strade, ville, teatri, circhi, ecc. - non bisogna però scordare che furono i "re" Etruschi a edificare le prime grandi opere pubbliche di Roma, e che furono sempre loro, gli Etruschi, a inventare la costruzione dell’arco in pietra. Per cui anche nell’arte della loro architettura gli antichi romani si rivelano essere stati più degli ottimi tecnici che non degli scienziati, dei grandi ingegneri ma non dei ricercatori, insomma più dei pratici imitatori che non dei teorici innovatori.
La "grandezza" dei Romani, invece, sta tutta nel loro "impero", vale a dire nella capacità e forza di aggredire, conquistare e dominare mezza Europa! Esperti nell’arte della guerra quindi, questi Romani, e, guarda un po, anche nel campo del Diritto! Già, il Diritto romano, il famoso Codice di Giustiniano, di cui sanno qualcosa gli studenti che ancora oggi sono tenuti a conoscere, se vogliono esercitare la professione legale. E non per un capriccio professorale, ma perché è proprio sulla base e sul modello di quel Codice dell’antica Roma che si è edificato praticamente tutto il successivo Diritto e la giurisprudenza mondiale fino a oggi. Bella roba!
Per non dire infine dello stesso popolo di Roma imperiale, anch’esso corrotto e sfaccendato, mantenuto con i proventi di guerra a pane e spettacoli, e che esultava smodatamente allo strazio cui assisteva nell’arena.
Veramente una civiltà sublime, dunque, quella romana! Però alla fine spazzata via nello stesso modo barbaro in cui in fondo era sorta. Senonché nel frattempo, per una singolare ironia della sorte, Roma si è "convertita" alla nuova religione, e da città malvagia, centro di un potere politico-militare corrotto che era, si è ritrovata città "santa", centro della cristianità (romano-barbarica) e del nuovo potere ecclesiastico. Dalla padella nella brace!
Comunicazione
Conversare per conservare: è quello che facevano gli uomini prima che inventassero la scrittura. Sì, perché prima di allora la memoria si tramandava a voce, e c’era appunto la tradizione orale.
Nella storia della comunicazione la prima cosa è stata ovviamente che l’uomo ha imparato a parlare dopo chissà quanto essersi espresso con gesti e suoni disarticolati. Ma il linguaggio è un fatto sia fisiologico che psicologico. Perché consta dell’articolazione proprio fisica del suono della voce, cioè dell’aria proveniente dai polmoni che, nella laringe, attraversa le corde vocali; e che fuoriesce appunto modulata per mezzo di lingua, palato, denti, labbra e naso. Inoltre la lingua è altresì un fatto mentale, cerebrale, vale a dire che implica l’associazione di un particolare significato ad ogni determinato suono o nome.
Il secondo passo è invece consistito nell’invenzione del segno grafico, la scrittura appunto, che è evoluta, a partire dai geroglifici egizi e i caratteri cuneiformi mesopotamici, più di seimila anni fa, fino all’alfabeto fenicio, di circa tremila anni più tardi, in seguito perfezionato dai Greci con l’aggiunta delle vocali, e arrivare così fino a noi. Le prime forme di scrittura erano quindi costituite da ideogrammi e pittogrammi, che erano segni i quali rappresentavano visivamente un oggetto o un significato, il che voleva però dire che per scrivere si rendevano necessari centinaia e anche migliaia di segni. E l’innovazione della scrittura alfabetica ha appunto risolto proprio questo problema. Associando infatti il segno grafico (a questo punto la lettera) non più direttamente alle cose, ma ad un determinato suono della voce, allora con poco più di venti segni è stato possibile esprimere, scrivendole, tutte le parole possibili. Così, in questo modo, la comunicazione umana è evoluta dal semplice parlare e ascoltare diretto, cioè necessariamente da vicino, allo scrivere e leggere, possibile anche da lontano, sia nel tempo che nello spazio.
Il terzo passo di questa storia, poi, è stato l’invenzione della stampa, cinquecento anni fa. La qual cosa ha significato che se prima ciascuna copia di un libro doveva essere scritta a mano, ora se ne potevano stampare centinaia e anche migliaia tutte insieme. Con l’evidente vantaggio di una nuova enorme diffusione del sapere.
Infine si arriva all’ultima tappa, propria dei giorni nostri, vale a dire la rivoluzione informatica, con cui la comunicazione umana si è resa generalmente accessibile a tutti, raggiungendo dimensioni praticamente planetarie.
Materia e forma
Questo è il dilemma sul quale dibattevano gli Antichi, e ovviamente sempre con il chiaro intento di esaltare la forma e denigrare la materia! Già a partire da e soprattutto con Platone! Con il seguente equivoco di fondo, però, che costoto estendevano indebitamente il ragionamento dalle cose all’uomo, traducendolo nel problema fin troppo fittizio del rapporto dualistico tra la materia inerte e corruttibile del corpo, da una parte, con la forma spirituale e immortale dell’anima dall'altra. Nemmeno a dire come questa falsa concezione sia poi trapassata senza problemi dalla filosofia greca a quella cristiana, giungendo così fino a noi, ancora oggi.
Ebbene, ecco come stanno in realtà le cose. Le forme esistono, è vero. Si osserva facilmente come ogni cosa ne abbia una propria (eccetto i fluidi), come pure che si tratta della forma geometrica e fisica dei corpi. Niente a che fare insomma con presunte forme immateriali e invisibili di platonica memoria. Come non esiste un «bello in sé», ma solo cose belle, né un «bene in sé», ma solo cose o azioni buone; allo stesso modo non si danno «forme pure», separate e indipendenti dai corpi, ma appunto solo la forma di una qualche materia. Al limite c’è un caso in cui possiamo ammettere l’esistenza di forme "pure", cioè prive di materia, ed è quello di quando le cose sono rispecchiate nella nostra testa. Com’è ad es. la forma della casa nella mente del geometra che la progetta. Tenendo ben presente però che in tali casi abbiamo a che fare con forme che sono appunto soltanto pensieri, e non anche "cose". I filosofi antichi, da parte loro, ci tenevano invece a insistere sulla pretesa eternità delle forme, contrapposta alla presunta corruttibilità della materia. Cosa che ripetono ancora i preti odierni quando parlano di anima e corpo. Solo che, in realtà, è vero esattamente il contrario. La forma infatti, che poi si risolve nella bellezza delle cose e dei corpi, è proprio per questo la loro esteriorità, quella cioè che si corrompe per prima. Laddove la materia, pur trasformandosi di continuo, ma non potendosi creare, e però nemmeno distruggere, è piuttosto essa stessa propriamente incorruttibile e eterna. La forma è dunque tutt’altro che elemento e principio, sostanziale ed essenziale delle cose, bensì appunto proprio l’opposto. Né tantomeno le forme sono la causa, quanto piuttosto l’effetto delle cose, - la loro bellezza appunto, che però si rivela non certo prima, ma solo dopo, solo quando le cose sono compiute e, appunto, formate.
Evoluzione
Come si spiega il mondo, e la vita in particolare? Si tratta di una causalità creativa di Dio, oppure di una casualità evolutiva della Natura? Queste "cose", insomma, sono state fatte da qualcuno, oppure si sono fatte de sé? La teoria biologica dell’evoluzione, formulata da Darwin nel 1859, spiega come si è prodotta l’innumerevole varietà di esseri viventi che ci stanno intorno, e fa insomma luce sull’origine delle specie, come recita appunto il titolo dell’opera del grande naturalista inglese. Un libro classico e rivoluzionario, che ha sovvertito radicalmente quanto in proposito si era creduto fino allora. Prima infatti si concepiva ogni singola specie, animale o vegetale che fosse, come il prodotto appunto di una "creazione" divina, ciascuna separata e distinta da ogni altra, nonché immutabile e «fissa», cioè così come si presenta una volta per sempre. Con la nuova teoria e le successive ricerche è invece venuto fuori esattamente il contrario, ossia che le specie sono soggette a una dinamica di mutamenti continui, e che le specie attuali derivano da altre precedenti che sono scomparse, dalle quali si sono differenziate ed evolute, trasformandosi gradualmente nel lento e lungo tempo di milioni di anni. Il tutto secondo naturalissime leggi della Natura, che possono anche sembrare miracolose, ma che pure non richiedono alcun tipo di intervento divino. E infatti non c’è dubbio che come gli sviluppi della geologia hanno gettato luce sulla vera storia della Terra, scardinando le ormai insostenibili ipotesi creazioniste e diluvialiste; così la biologia, con l’evoluzionismo, ha fatto altrettanto relativamente alla storia della vita.
§
L’evoluzione delle specie è uno straordinario meccanismo della Natura al cui fondamento c’è però il puro caso. Sono infatti le mutazioni genetiche che determinano il primo passo verso la formazione di una nuova specie. E una mutazione del genere non è che un errore nella trasmissione del patrimonio genetico dai genitori alla prole. Ora, nella maggior parte dei casi tale mutazione darà luogo ad un figlio deforme che soccomberà presto. Ma può darsi anche il caso che la mutazione possa risultare vantaggiosa per l’individuo rispetto all’ambiente. Per esempio un uccello che nasce con un becco la cui nuova forma è più adatta a procurarsi un determinato cibo. In tal caso quell’individuo si troverà avantaggiato rispetto ai suoi simili, per cui avrà più probabilità di riprodursi, e di trasmettere così quel particolare nuovo carattere alla sua discendenza, che darà il via alla nuova specie o ad una varietà della stessa specie.
Anno zero
Il terzo millennio? E perché non l’undicesimo? Perché far risalire l’anno "zero" a duemila anni fa, e non invece a diecimila, cioè all’età neolitica, come molto più ragionevolmente dovrebbe essere? L’anno "zero" simboleggia infatti il punto di svolta decisivo della storia umana, che segna il passo, anzi il salto, tra il prima e il dopo. Ebbene, sarebbe dunque un fatto come la peraltro incertissima nascita di Gesù a dividere in due la Storia? In realtà il condizionamento religioso della storia è veramente il colmo: proprio la religione, che con la storia, esattamente come con la scienza, non ha proprio niente da spartire, se non al limite per farne un uso spudoratamente travisante. Come mostra con evidenza ad esempio La Città di Dio, l’opera di agostiniana memoria ancora oggi considerata fondamentale. Eccola la filosofia della storia predicata dai pensatori cristiani: dalla "creazione" di Dio, alla "caduta" di Adamo, alla "redenzione" di Gesù, fino al "giorno del giudizio" finale! Punto e basta! Essendo queste le "tappe" fondamentali della storia "sacra", è facile vedere come praticamente tutto quanto sarebbe dovuto succedere sia già successo una volta per tutte, e il seguito non sarebbe che una trascurabile e accidentale appendice in attesa della fine del mondo! Ma sia chiaro che con ciò non si vuol certo togliere la grande portata storica che l’avvento della religione cristiana ha avuto (e purtroppo ha ancora) sulla nostra civiltà. Solo si vuole mettere in discussione quella divisione della storia che essi stessi, i cristiani, hanno istituito, e che è a tutt’oggi ancora presa per buona. Divisione simbolica, sicuramente, ma che dovrebbe tuttavia essere appunto retrocessa a diecimila anni fa, vale a dire alla Rivoluzione agricola, per davvero il momento prima e dopo il quale le cose sono effettivamente e definitivamente cambiate nella storia degli uomini.
Iscriviti a:
Post (Atom)